I premi Nobel a Science for Peace

Nella sessione "scienza come strumento di coesistenza pacifica" abbiamo ascoltato gli interventi di Peter Atkins (chairman della sessione e professore di Chimica a Oxford), di Claude Cohen-Tannoudji (Premio Nobel per la Fisica nel 1997), di Luc Montagnier (Premio Nobel per la Medicina nel 2008) e di Harold Walter Kroto, Premio Nobel per la Chimica nel 1996, intervenuto in video.

Secondo  Cohen, la scienza è il linguaggio universale che può promuovere interazione e collaborazione anche in situazioni di crisi sociale. Il suointervento si è basato su due esperienze particolari. La prima sono le “Malta Conference” (cercare sito) che cercano, ogni anno, di fare il punto sulle frontiere della ricerca e dell'educazione nelle scienze chimiche in medio oriente. A queste conferenze partecipano scienziati che provengono spesso da Stati in conflitto tra loro. La seconda iniziativa è quella dell'IPSO (Israeli-Palestinian Science Organization). Questa associazione è un ente non politico che vuole incrementare i fondi di ricerca per i progetti proposti unitamente da team formati da israeliani e palestinesi. Il primo invito a presentare progetti ha raccolto ben 70 proposte, di cui 50 sono risultati scientificamente di buon livello. Purtroppo i fondi a disposizione hanno permesso di finanziare in modo adeguato solo 20 progetti.

 

Montagnier ha incentrato la sua presentazione sull'importanza della prevenzione. Quasi come una metafora della guerra, la malattia è causata da un'incapacità (un'impossibilità) nell'affrontarne le cause più che gli effetti. Spesso questa incapacità è dovuta a fattori culturali nonché a condizioni di vita che non permettono l'accesso a programmi di prevenzione adeguati. Così succede anche per la guerra: l'incapacità di gestire il conflitto in termini di dialogo culturale non permette la prevenzione dei conflitti armati.

 

Lateralmente ai temi sviluppati da questi scienziati, è risuonata un'eco stonata - almeno alle mie orecchie - sulle colpe della scienza. Riprendendo anche una parte dell'intervento di Veronesi in apertura della conferenza, in questa sessione si è cercato di dimostrare come gli scienziati non abbiano avuto molte colpe nella costruzione della bomba atomica (il grande peccato della scienza del Novecento). a mio avviso,Questo punto di vista risulta un po' limitante. Se da un lato è vero che alcuni scienziati, dopo la sconfitta di Hitler, si sono opposti all'utilizzo della bomba atomica, dall'altro è anche vero che sono stati solo "alcuni".  Jòzef Rotblat fu uno dei pochi che abbandonò spontaneamente il “progetto Manhattan”. Gli altri continuarono a partecipare e solo dopo Hiroshima molti, ma non tutti, capirono la portata del loro impegno nel progetto. La scienza può essere veramente strumento di pace, ma non bisogna per questo ridurre o cancellare gli errori del passato. Bisogna invece tenerli ben presenti e, senza condannare nessuno, cercare di non rifarli oggi.