Il gruppo 2003 - Intervista a Vieri Benci

Professor Benci, ci può raccontare com'è nato il Gruppo 2003?

La scienza si comunica e si divulga attraverso le pubblicazioni. E le pubblicazioni scientifiche vengono lette e citate nelle loro pubblicazioni da altri ricercatori, alimentando quella filiera di conoscenze che porta al progresso della scienza. Ebbene, un'istituzione di Filadelfia (USA) che si chiama Institute for Scientific Information (ISI) ha recentemente pubblicato un elenco degli scienziati più citati nel mondo. Nel 2003 L'Espresso ha pubblicato il nome di circa 30 scienziati italiani che comparivano in questo elenco ai quali succesivamente ne sono stati aggiunti
altri 20.
Un anno fa, alcuni di questi scienziati hanno preso l'iniziativa di incontrarsi tra di loro, per scambiarsi idee e opinioni sulla ricerca in Italia. In questo modo è nato il Gruppo 2003.
Quello che ci accomunava, essendo ricercatori di estrazione e discipline così diverse, era solo il fatto di comparire nell'elenco dell'ISI ed il fatto di essere insoddisfatti della politica della ricerca in Italia. Abbiamo coinvolto naturalmente nelle nostre discussioni altri scienziati, aprendoci al contributo delle loro esperienze e opinioni, attraverso l'organizzazione a Milano, alla fine di settembre 2004, di un Convegno, in cui sono state presentate e discusse le  nostre opinioni e proposte sulla ricerca scientifica in Italia. Abbiamo riunito queste proposte in un documento che abbiamo chiamato Manifesto (forse un po' pomposamente), che ha successivamente ricevuto centinaia di adesioni da parte di altri ricercatori.
Recentemente siamo stati invitati dal Presidente della Repubblica ad esporre il nostro punto di vista sulla ricerca in Italia.

 

Negli ultimi anni, si sono succedute diverse iniziative che hanno avuto come scopo quello di far sentire la voce degli scienziati italiani. Dall'esterno possono anche sembrare forme di corporativismo per la difesa di privilegi acquisiti. Il vostro gruppo presenta invece un manifesto programmatico a largo respiro che va a toccare tutti i punti nevralgici della questione, slegato da questa o quella legge. Ci può descrivere la vostra posizione?

La nostra posizione è quella espressa nel Manifesto che chiunque può leggersi con calma.
Dovendo riassumere la nostra posizione in una parola, quello che vogliamo è normalita. Normalità vuol dire che in Italia la ricerca dovrebbe essere organizzata con i criteri e le modalità usati
nelle altri parti del mondo industrializzato. Ed anche con una disponibiltà di fondi adeguata. Attualmente, molti indicatori statistici ci pongono in una situazione di retroguardia. Citerò alcuni dati: l'Italia investe in ricerca e sviluppo una delle percentuali più basse del PIL (1.07%) rispetto non solo a paesi come gli USA (2.8%) o il Giappone (3.2%) ma anche rispetto agli altri Paesi dell'Unione Europea (1.99%). L'Italia ha poche persone impiegate nella ricerca: su mille lavoratori  attivi, i ricercatori sono pari a 2.7, contro una media europea di 5.1 e un tetto di 6 in Inghilterra, 8 negli USA e 10 in Giappone. E sono in realtà ancor meno perché questo numero comprende i dipendenti dell'Università, che non sono tutti ricercatori. Perché i ricercatori italiani sono così pochi? Perché il ricercatore in Italia soffre purtroppo di un'immagine opaca, per non dire assente, di fronte all'opinione pubblica. Perché non esiste un "mercato" del lavoro di ricercatore (perché di lavoro si tratta), che consenta mobilità fra istituzioni pubbliche e private, retribuzioni dignitose, percorsi di carriera. Né esiste un piano e un sistema aperto al reclutamento dei giovani cervelli, per cui sempre di meno i giovani italiani s'iscrivono alle Facoltà Scientifiche.  Un recente rapporto internazionale ci colloca al 19° posto in Europa per numero di ricercatori (dopo Spagna, Grecia e Portogallo), al 13° per entità di finanziamenti dei privati per la ricerca, al 15° per numero di brevetti e all'ultimo posto per la collaborazione tra ricerca pubblica e privata.
Siamo primi soltanto nel numero di telefoni cellulari!

 

La situazione della ricerca italiana soffre di molti mali. Voi evidenziate le modalità attuali del reclutamento di nuovi ricercatori e l'inesistenza di un sistema di valutazione efficace. Ci vuol spiegare quali sarebbero le svolte necessarie?

Affichè la nostra critica non rimanesse una sterile denuncia, abbiamo fatto dieci proposte che potrebbero essere la base per un intervento legislativo.

1.Non più promozioni per legge o comunque mascherate come concorsi dedicati.

2.Valutazione da parte di esperti indipendenti, anonimi, internazionali (peer review)   per progetti, finanziamenti e carriera.

3.Valutazione delle istituzioni,dei laboratori e dei centri di ricerca,
usando anche strumenti quali site visits e su questa base dosare il finanziamento pubblico.

4. Accesso anche per giovani ricercatori a finanziamenti,su progetti valutati, da gestire in autonomia.

5. Mercato del lavoro affidabile che consenta mobilità, retribuzioni
adeguate e percorsi di carriera.

6. Scelte politiche strategiche sulle priorità della ricerca.

7. Programma di attrazione per ricercatori dai Paesi meno sviluppati.

8. Incentivi fiscali all'industria per investimenti in ricerca.

9. Facilitazioni fiscali per le donazioni a Università, Istituti o Enti di
ricerca.

10. Otto per mille alla ricerca.


Una recente ricerca dell'Irpps-Cnr ha evidenziato il fatto che l'Italia è ancora considerato un Paese dove gli stranieri possono venire a formarsi, come ricercatori di alto livello. Nessuno però mostra interesse a rimanere in Italia. Parte di questa forza attrattiva sembra giustificata dalla storia di alto livello dell'accademia italiana e dal valore della sua istruzione. Con i problemi che ha la ricerca e la riforma del sistema di istruzione, pensa che l'Italia possa mantenere quel ruolo di "insegnante"?

I dati statistici relativi a questo problema non mi sembrano tanto rosei.  I ricercatori tendono a migrare verso i luoghi dove si può fare ricerca. Ecco alcuni semplici cifre che  sottolineano la gravità della situazione reale:

a) studenti di dottorato (PhD) provenienti dall'estero: USA 26%; UK 35%; Spagna 11%; Portogallo 6%; Italia 2%.

b)  Stranieri impiegati in scienza e tecnologia: USA 10%; UK 4.2%; Germania 4%;  Francia 3.5%; Spagna 1.5%; Italia 1%.

c) Brain gain (dal resto UE): Germania 85%; UK 42%; Francia 32%; Spagna 3.5%; Italia 3%.

d) Brain drain (verso resto UE): Italia 34.4%; UK 30.9%; Germania 29.4%; Francia 26%.  Brain drain (verso USA): Italia 41%; UK 20%;  Germania 30%; Francia 31, Spagna 21 (Fonte EC, 2003).

E si potrebbe continuare! Insomma il nostro è un sistema arretrato, non attraente  per i ricercatori stranieri. Per quanto riguarda il futuro, dipende tutto da noi italiani e da quello che vorremo o sapremo fare.


Uno dei punti critici riguarda i finanziamenti pubblici alla ricerca.
Guardando gli altri Paesi, sembra però che l'anomalia italiana sia rappresentata più dall'assenza di finanziamenti privati. Ciò sembra dovuto anche alla struttura industriale italiana che vive sulla piccola industria incapace di fare ricerca e sviluppo. Quali prospettive vedete per la ricerca?

Riguardo a questo problema credo che cause ed effetti si sovrappongono. Trenta o quaranta anni fa, in Italia, vi erano anche industrie di grosse dimemensioni nel settore chimico ed elettronico. Forse è proprio per lo scarso peso dato alla ricerca che questi colossi sono usciti dal mercato. Comunque, ormai, per quanto riguarda le grosse industrie abbiamo perso il treno. Anche le piccole industrie hanno bisogno di ricerca, ma in questo caso gli interventi statali divengono più importanti. Infatti, la ricerca ripaga solo nel medio e lungo termine ed una piccola industria ha più
difficoltà a fare questo tipo di investimenti senza un'adeguata politica di incentivi.

 

Infine, un tema più personale. Lei è un matematico. Di che
cosa si occupa attualmente?

I concetti matematici sono difficili da spiegare in poche parole. Cercherò di spiegare quello che posso.
La mia ricerca si è rivolta soprattutto su problemi la cui soluzione si ottiene mediante metodi variazionali. Si può dire che tali metodi discendono dal principio di minima azione formulato, in un caso particolare,  da Maupertius più di tre secoli fa. Oggi si pensa che questo principio sia valido per tutte le leggi fondamentali della natura. Questo fatto permette di applicare tecniche variazionali e topologiche ad una vasta classe di equazioni: da quelle che governano la Geometria dello spazio-tempo, a quelle che determinano l'esistenza di onde solitarie.
Recentemente ho lavorato molto anche anche per l'applicazione di metodi informatici allo studio di sistemi dinamici e di serie temporali (ovvero serie di dati empirici provenienti da una qualunque fonte). La teoria da noi elaborata si applica in modo naturale ai sistemi complessi (economici, fisici, biologici, ingegneristici) dove il comportamento finale del sistema è determinato dal concorrere dei comportamenti dei suoi molti sottosistemi.
Questa ricerca viene portata aventi all'interno di un gruppo
interdisciplinare ove concorrono fisici, biologi, medici etc.  ed è
finalizzata anche ad applicazioni pratiche (soprattutto nel campo
biomedico).

 

Qual è, secondo lei, il ruolo dei matematici in un percorso di rinnovamento della ricerca italiana? Lei è uno dei matematici (e degli scienziati in genere) più citati: pensa che la Matematica italiana possa ancora avere un ruolo "di punta" nel panorama internazionale?

La Matematica, anche se poco appariscente, è essenziale a qualunque ricerca o applicazione tecnologica. Fino ad adesso, nelle Universitrà migliori, la ricerca nella Matematica pura ha mantenuto un posto di primo ordine.
Fortunatamente, alla Matematica servono pochi soldi. Purtroppo in
Italia sono carenti i matematici "applicati" ovvero quella fascia di
ricercatori che è capace di capire le ricerche più importani fatte nel campo della Matematica pura ed allo stesso tempo è capace di parlare con ingegneri, medici, fisici, economisti ecc. e di mettere a loro disposizione le potenzialità della ricerca più avanzata.
Il motivo è molto semplice da spiegare. La ricerca matematica, attualmente si fa solo nell'Università. Qui il reclutamento avviene mediante concorsi in vari settori disciplinari. In Italia non esiste un settore disciplinare che si chiami Matematica Applicata. Se vogliamo fare in modo che in Italia rimanga una buona tradizione Matematica, dobbiamo creare una generazione di matematici applicati, nel senso specificato prima. Ed anche qui, qualche intervento legislativo sembra ineludibile.