Intervista a Vittorio Silvestrini

a cura di Anna Betti

 

Qual è, oggi, l'importanza di una comunicazione scientifica estesa al grande pubblico?

Il ragionamento di fondo parte dalla convinzione che la principale materia prima dello sviluppo sia il sapere scientifico. Se un Paese non utilizza questa risorsa resta indietro, è destinato a perdere competitività sul piano internazionale.

 C'è poi un altro aspetto da considerare ed è un aspetto che ha a che fare con la dimensione sociale del problema. Lo sviluppo scientifico, infatti, fa da battistrada allo sviluppo di civiltà e, se non è accessibile a tutti, diventa un fattore di non equità. Perché le scelte del futuro, inevitabilmente legate ai risultati della scienza, siano diffuse e partecipate, devono essere scelte consapevoli. La comunicazione scientifica ha anzitutto la responsabilità di prefigurare a chi scienziato non è quali siano i sentieri percorribili, ma anche quali siano i rischi ad essi connessi.

 Quindi, in sintesi, per tornare alla domanda di partenza, l'importanza di una comunicazione scientifica estesa al grande pubblico oggi passa attraverso la duplice motivazione dell'accesso di una Paese allo sviluppo economico e produttivo e dell'accesso alla partecipazione pubblica da parte dei suoi cittadini. La Città della Scienza è nata proprio su questo doppio presupposto: l'influenza della scienza sulla civiltà e le ricadute economiche-produttive del sapere scientifico.

 

Quali obiettivi si deve dare e quali sono gli aspetti da cui non può prescindere la comunicazione scientifica contemporanea?

Gli aspetti fondamentali sono due: il primo è quello dell'informazione, che mira a fare in modo che il pubblico sia informato dei risultati ottenuti dalla ricerca scientifica. Qui lo strumento principale è il linguaggio e la vera sfida è quella di riuscire a coniugare rigore ed accessibilità.

Il secondo aspetto riguarda invece il “saper fare”, ossia l'acquisizione del metodo scientifico come strumento di vita e di lavoro.

 

Che cosa significa usare il metodo scientifico nella vita di tutti i giorni?

Nel nostro vivere quotidiano, abbiamo sempre a che fare con fenomeni manipolati dalla scienza: sapere come sono fatti è il modo per diventarne protagonisti. Allora, acquisire il metodo scientifico significa adottare un approccio critico ai fenomeni per poterli governare, significa far propri (nel rapporto che ciascuno di noi ha con il mondo) determinati passi metodologici.
Uno di questi – fondamentale - è l'osservazione, un'osservazione attenta a cogliere come i fenomeni vengano influenzati dai parametri che entrano in gioco. E' possibile infatti far emergere, attraverso un'osservazione di questo tipo - che abbia preliminarmente sfrondato un fenomeno dai suoi elementi contingenti, accessori - uno schema di base dei fenomeni, che ne fonda la prevedibilità. Questo è un passo fondamentale nelle spiegazioni che ci diamo nella vita di tutti i giorni ed è l'unico passo che consente l'accesso al sapere scientifico.

 

Molte tendenze attuali della formazione – soprattutto non accademica – rivendicano il ruolo decisivo dell'esperienza in prima persona nei processi di apprendimento. Questo è anche il modello proposto dalle iniziative didattiche e dai laboratori interattivi della Città della Scienza di Napoli, di cui Lei è fondatore: su quali presupposti educativi e comunicativi si basano? Qual è la logica della loro ideazione e progettazione?

Se per l'informazione lo strumento principe è il linguaggio (con i requisiti di rigore ed accessibilità che abbiamo detto), per il “saper fare” il mezzo più efficace è quello della sperimentazione in prima persona.
Il primo passo verso il sapere è quello della curiosità. Il primo compito di un'educazione scientifica è quello di stimolare curiosità e attitudine a ricercare l'universale presente in ogni fenomeno.
L'apprendimento è un processo fortemente legato all'emotività e, quando è accompagnato da essa, è facilitato e indelebile. Per questo motivo, è molto utile associare alla rappresentazione di un fenomeno una misurata spettacolarità e questo è anche il presupposto da cui hanno origine alcune iniziative che accostano, per esempio, scienza e letteratura o scienza ed arte. “Razionalità ed emozione” è un altro grande tema che attiene alla diffusione del sapere scientifico. In questo senso, invece che scrivere un saggio su “scienza e guerra”, è meglio una novella in cui trovino spazio i contenuti che si vogliono trasmettere.

 

C'è stato un momento preciso, nella sua carriera di uomo di scienza, in cui ha deciso di dedicarsi in modo consistente alla divulgazione scientifica?

Effettivamente c'è stato un momento in cui ho fatto la scelta di dedicare una porzione rilevante della mia attività alla diffusione scientifica.
Quando facevo ricerca di big science nel settore delle particelle elementari, vivevo in prima persona una forte contraddizione: mi trovavo all'interno di un'organizzazione complessa, paragonabile a quella industriale, che effettuava cospicui investimenti (in termini di risorse economiche, strumentazioni, progetti), senza che però poi i risultati di tali investimenti fossero condivisi con la società.

Quando successivamente ho vinto la cattedra a Napoli, mi son trovato di fronte alla scelta se continuare a fare ricerca in un ambito anche internazionale, ma pur sempre elitario, o diffondere la scienza affinché, al contrario, non si chiudesse nella sua torre d'avorio. Ho sostenuto sempre di più questa seconda alternativa, vedendo crescere il mio impegno per la diffusione scientifica. Credo che sia possibile stabilire un parallelismo tra il percorso intrapreso dal mio interesse di ricerca, che si è spostato dalle particelle elementari alle energie rinnovabili, e la mia volontà di diffondere il sapere scientifico perché diventi patrimonio di tutti.