Lalla Romano: Peano nei racconti della nipote

 

 

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Lalla Romano

«Nella mia attività filosofica vi è una svolta fondamentale: negli anni 1899-1900, adottai la filosofia dell'atomismo logico e il metodo di Peano nell'ambito della logica matematica. Ciò rappresentò una trasformazione tanto grande da rendere il mio lavoro precedente, a eccezione di quello puramente matematico, irrilevante rispetto a tutto ciò che feci in seguito. Il cambiamento avvenuto in quegli anni rappresentò una rivoluzione; i cambiamenti successivi ebbero il carattere di una evoluzione».(1)

Con queste parole, Bertrand Russell apponeva un sigillo imperituro alla fama di Giuseppe Peano, riconoscendone i grandissimi meriti nel campo dei fondamenti logici della matematica.

Del resto, ad una mente acuta e sgombra da pregiudizi quale quella del filosofo inglese non poteva sfuggire la portata rivoluzionaria delle nuove idee propugnate dal matematico italiano: «Fu al Congresso Internazionale di Filosofia di Parigi del 1900 che io mi resi conto dell'importanza di una riforma logica per la filosofia della matematica. Fu durante l'ascolto della discussione tra Peano di Torino e gli altri filosofi intervenuti che me ne resi conto. Prima di allora non conoscevo il suo lavoro, ma rimasi molto impressionato dal fatto che, in ogni discussione, egli dimostrava maggiore precisione e maggiore rigore logico di chiunque altro. Andai da lui e dissi: "Vorrei leggere tutte le vostre opere. Avete delle copie con voi?". Le aveva, e io le lessi immediatamente tutte. Furono tali opere a dare l'impeto alle mie successive teorie sui princìpi della matematica».(2)

Eppure, negli stessi anni in cui l'autore dei Principia Mathematica restava folgorato dalla «precisione» e dal «rigore logico» delle argomentazioni filosofiche di Peano, da noi un autorevole maître à pensée archiviava troppo sbrigativamente il suo ambizioso progetto di riforma della matematica in senso astratto. Il riferimento è a quel Benedetto Croce, «vero monumento di arretratezza epistemologica» [3], che nella sua Logica come scienza del concetto puro (1909) si domandava: «Questo è il bel tempo dei Peano, dei Boole (un inglese, inventore di un'algebra delle proposizioni), dei Couturat (un francese, seguace della logica di Peano), i cui ritrovati non sono entrati né punto né poco nell'uso. Vi entreranno nell'avvenire?» (per inciso: oggi, a don Benedetto, se fosse ancora vivo, risponderemmo immediatamente che senza i «ritrovati» di Boole non sarebbe nato il computer).

Un'eco di queste vicende affiora, unitamente a numerosi ricordi della vita familiare di Peano, dalle pagine del romanzo autobiografico Una giovinezza inventata (3) della nota scrittrice e poetessa Lalla Romano (Demonte, Cuneo, 1906 - Milano, 2001), che dell'illustre matematico era pronipote. (4)

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Siamo nell'autunno del 1924 e una giovane Lalla Romano, fresca di maturità classica conseguita presso il liceo «Silvio Pellico» di Cuneo, approda in quel di Torino, avendo deciso di proseguire gli studi nel locale ateneo:

Papà, che prendeva sul tragico le cose della scuola, aveva trovato opportuno che anticipassi la partenza per passare un certo periodo di tempo in casa dello zio Giuseppe, professore universitario(5), e incominciare così ad ambientarmi.Gli zii abitavano all'ultimo piano di un grande palazzo d'angolo sulla piazza Castello, alla confluenza di una strada elegante con due strade antiche e buie. La casa, per quanto moderna, aveva qualcosa di inquietante. L'androne, che dava sui portici, era molto alto e semibuio, chiuso in fondo da una vetrata opaca; le pareti erano tappezzate dalla vetrina di un fotografo: mentre passavo, le facce dei medaglioni da cimitero mi guardavano.Lungo tutto lo scalone severo era diffusa una musica strana, velata e come ronzante. Ora vicina, ora quasi remota. Era una musica da ballo, fortemente ritmata; sprofondava in singulti, prorompeva in boati o improvvisi clangori: però sempre attutiti, distanti. Se ero sola, provavo una vaga paura.Su una porta a vetri era scritto a grandi caratteri dorati tea room. Lo zio - saliva e scendeva le scale rapidissimamente (6) - si fermò di botto davanti alla scritta: - Quella non è una «e» ma una «i». Quella «a» non è «a», ma «e»... E compitava: - Ti... e... Il «rum» diventava «lum» nella sua pronuncia blesa. Poi riprese a scendere correndo, assorto nei suoi pensieri. Qualcosa del mago aveva sempre avuto. Un mago delle Mille e una notte : arabo, dalla barba rada e dagli occhi fulminanti(7).La sera a tavola disse improvvisamente, rivolto alla zia: - Nina (8), la nostra brava nipotina oggi ha imparato l'inglese. - Benissimo, approvò la zia, tra le prime avvisaglie del sonno, e mi sorrise con la piccola bocca a punta. Masticava a bocca chiusa coi denti davanti, piccoli e graziosi, che mostrava nel sorriso.I pranzi erano buonissimi. Una delle meraviglie che la mamma raccontava degli zii era appunto questa, che quando la zia Nina non aveva voglia di cucinare, faceva «venir su» la cena «dal Milano». Il «Milano», come appresi, era il caffè-concerto del primo piano, dal quale provenivano le misteriose musiche.
Io dormivo in uno stanzino cieco, che riceveva una luce molto fioca da un lucernario color nebbia in un angolo del soffitto. I rumori della città, nuovi per me - clacson di automobili, scalpitare e rotolare di carrozze, scampanellare di tram - vi giungevano soffocati e tuttavia angosciosi.

C'era un divano - il mio letto - e tutt'intorno alle pareti, fin nel mezzo della stanza, pile e pile di libri intonsi dalla copertina celeste. Erano il Formulario (9) e altri testi di Analisi Matematica. Avrei desiderato di leggerli - non ponevo nessun limite alla mia curiosità, nemmeno quelli della difficoltà o della noia - ma si trattava di impossibilità, almeno per ora. Pensavo infatti che ci sarei riuscita col tempo.

Di giorno mi aggiravo quieta per le stanze, contenta che mi lasciassero star zitta. Il rispetto della libertà altrui era totale da parte degli zii.

L'ingresso era ingombro di nuove edizioni, di estratti, di riviste; la cucina era piccola, e sul tavolo c'era sempre una quantità di roba ammucchiata come per un trasloco. La zia diceva, macinando il caffè: - Domani viene Rina da Cavoretto (10) a fare la pulizia.

La stanza da pranzo - nel senso che era quella dove si pranzava - aveva nel mezzo un grosso tavolo scuro, di quelli da osteria. Facendo ribaltare il piano, appariva un fondo assai capace, pieno di giochi matematici; alcuni erano modellini ricavati dai trucchi dei baracconi (il «mago», raccontò la zia Nina, aveva pregato lo zio di non rivelarli al pubblico). Dal soffitto pendeva una lampadina col piatto di ferro smaltato, uguale a quella della cucina. Due armadi a vetri erano pieni di grossi libri rilegati, enciclopedie e dizionari; in un angolo torreggiava un torchio da tipografo(11). Alle pareti erano appesi grandi fogli stampati: il calendario dell'università, orari e regolamenti.
In questa stanza lo zio riceveva le visite: studenti, per lo più stranieri - perfino cinesi - ossequiosissimi, dal sorriso esitante, l'inchino a scatto; e scienziati, in genere molto diversi da lui. Uno aveva i capelli grigi ondulati come quelli delle signore e le mani bianche, un sorriso insinuante e dolce. Guardavano lo zio con venerazione. Mentre lui, cupo, la barba arruffata, andava avanti e indietro nella stanza, scuotevano la testa. Quando si accorgeva di me, lo zio si rallegrava e mi presentava ai colleghi.

La camera degli zii era grande, anzi grandissima. Alle pareti erano appesi molti quadri, o meglio fotografie di quadri. Erano tutti di soggetto pompeiano, in stile floreale: donne avvolte in pepli giocavano con le colombe bianche tra i colonnati.

Sapevo che la zia e le sue sorelle avevano posato per quei quadri del padre pittore. Lei aveva, anche adesso che era vecchia, un viso molto dolce, un profilo delicato che pareva imitato da quei quadri. Non era grassa, ma aveva il ventre gonfio per una malattia, e camminava un po' curva per questo. Quando rideva, il ventre sussultava. [Parte prima, cap. II]

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Lalla Romano da bambina

Nella descrizione della dimora torinese di Giuseppe Peano, «senza lussi né ornamenti» [7] ma ingombra di libri fino all'inverosimile, spiccano alcuni tratti inconfondibili del personaggio: il passo da maratoneta («saliva e scendeva le scale rapidissimamente»)(12); l'innata difficoltà a pronunciare correttamente la erre («Il "rum" diventava "lum" nella sua pronuncia blesa»)(13); lo sguardo penetrante («Qualcosa del mago aveva sempre avuto. Un mago delle Mille e una notte : arabo, dalla barba rada e dagli occhi fulminanti»); l'indole profondamente liberale («Il rispetto della libertà altrui era totale da parte degli zii»).

Nel brano che segue, quest'ultimo aspetto fa da contraltare alle brutture di un regime che proprio in quegli anni cominciava a mostrare il suo lato peggiore:

Lo zio, per aiutarmi a vincere l'imbarazzo, mi mandava a comprare i giornali all'edicola d'angolo. Erano parecchi. - Guardati dall'uomo di un solo giornale!, soleva dire. Dovevo riferirgli quali si vendevano di più. Ciò era in relazione a sequestri e censura, cioè al fascismo.
«Il Becco Giallo» (14) divertiva molto lo zio.

 

Un tantino d'ignoranza
e altrettanta petulanza
una scopa, una feluca
uno zimbolo di duca
mesta mesta gira gira
così tanto la girò
fin che uscì Di Cesarò(15)

 

Lo zio declamava segnando il tempo col dito.

Si poteva arguire cosa pensasse del fascismo. Del resto sapevo che era socialista, pacifista; e che una volta aveva invitato operai riuniti in un comizio, a bere sul prato della sua villa(16). Da bambina ero stata ospite, a Cavoretto, dove lo zio aveva una piccola proprietà, con le ziette di Cuneo. Lo zio Giuseppe metteva sul fonografo un disco con l' Inno dei lavoratori , e le ziette cantavano con le loro belle voci educate, sopra la voce rauca del disco: «Su fratelli, su compagni...».
Ogni tanto veniva qualcuno da Cavoretto a riferirgli - sottovoce - fatti di lassù. - Hanno ammazzato Freguglia... Il nome mi suonò strano e mi rimase impresso. Non afferrai se si trattasse del nome di un fascista o di una vittima del fascismo. Le notizie sul fascismo non mi interessavano. La storia contemporanea mi arrivava come quella antica: non ci trovavo nessuna differenza. Rientrava nella categoria ottusa dei «fatti»(17). [ Ibid. ]

Ascoltiamo, ora, come Giuseppe Peano e la sua «brava nipotina» trascorrevano insieme le giornate in quella Torino ovattata degli anni Venti, «chiusa nel fumo delle sue grandi fabbriche» e immersa in «un frastuono confuso ed incerto, basso e lugubre come la lontanissima corsa di un treno» [6]:

Nei pomeriggi lo zio mi portava con sè alla Società di Cultura o in tipografia. La Società di Cultura consisteva in piccole sale buie tappezzate di scaffali: nel silenzio scricchiolavano i pavimenti di legno ai rari passi degli studiosi. Lo zio mi diceva di chiedere il libro che volevo e io non osavo confessare che non sapevo come si facesse.La tipografia era in via Nizza, in fondo a un vicolo, fra due muri di fabbriche e vecchi steccati, che mi facevano pensare ai film di Charlot. Lo zio aveva comprato la tipografia per stampare i suoi libri(18).Quando la zia andava a Cavoretto, lo zio mi portava a mangiare al Ristorante Vegeteriano, in corso Vittorio. Era un locale un po' squallido, ma non popolare; puritano, piuttosto. Il regime vegeteriano mi pareva un'usanza da protestanti o da atei, come quella di bere tè al posto del vino, uso inglese che lo zio aveva appreso nei suoi viaggi.Più spesso uscivamo verso sera. (...)
Certe sere, dopo cena, la zia proponeva di andare a teatro, lei amava Verdi e Rossini. Si finiva che lei andava a dormire, e lo zio mi portava al varietà. - È una musica, diceva, che si fa con le gambe. Una donna vestita di veli cantava, nel buio, in cima a una colonna e veniva investita da luci colorate, azzurre viola verdi. Avevo il dubbio che il varietà fosse «peccato», e ciò dava un certo mordente allo spettacolo peraltro insulso. [ Ibid. ]

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Giuseppe Peano

Inutile dire che la giovane Lalla crebbe nel culto degli zii di Torino, tanto più che tutti, in famiglia, nutrivano per loro una speciale ammirazione, a partire dalla madre della scrittrice, la signora Giuseppina Peano:(19)

Per la mamma, collegiale a Torino, lo zio Giuseppe e la zia Nina avevano rappresentato la libertà e la sola gioia di quegli anni. A casa non c'era più sua madre, e l'atmosfera era cambiata. Gli zii volevano rallegrarla; la portavano a teatro. Ufficialetti scattavano nel saluto dai palchi: allora lo zio era professore all'Accademia di artiglieria(20). Lei aveva la sua corta mantellina bianca da educanda, una grossa treccia bruna sulle spalle.Gli zii erano alla base del suo giudizio sulla vita e sulle persone: erano «santi» e non aveva importanza che fossero atei.Del resto nella famiglia si rispettava l'ateismo dello zio come appannaggio della scienza(21). Di quello della zia si sorrideva: lei si scusava di non andare in chiesa dicendo che soffriva l'odore dell'incenso. Forse pensava che non le venisse riconosciuto il diritto di non fare come tutti; certamente non voleva offendere le credenze altrui(22). La zia stessa - raccontava la mamma - le rammentava la messa quando era loro ospite di domenica. Tutto faceva capo non tanto all'ateismo o alla scienza, ma a una superiore bontà.
Il connubio ateismo-scienza mi faceva pensare al filosofo Ardigò(23), personaggio citato allora nelle chiese, in quanto aveva tentato di suicidarsi col rasoio: in conseguenza, appunto, del suo ateismo. Il particolare del rasoio era orripilante più che l'idea del suicidio. Io mi figuravo il filosofo come lo zio, gli prestavo la sua figura bizzarra. Lo sapevo uguale a lui, buono e sapiente. [Ibid.]

Non mancano, inoltre, alcuni ricordi del matematico legati all'infanzia e, successivamente, agli anni del ginnasio della futura scrittrice, con particolare riferimento alla passione per il latino che li accomunava:

Nella mia infanzia lo zio Giuseppe era stato quello che mi portava in una pasticceria e mi diceva di mangiare paste fin che ne avevo voglia: cosa che non usava affatto. Provavo imbarazzo quando mi proponeva problemi, che però si risolvevano in scherzo: mettevano alla prova lo spirito di osservazione, non la matematica; anzi, volevano canzonare la burlanza dei «problemi»(24).

Poi era diventato una specie di superiore collega. Mentro ero al ginnasio, ci scrivevamo in latino: io mi firmavo «nepticula Lalla» [«nipotina Lalla», NdC ] e lui «Barba Joseph» [«Zio Giuseppe», NdC].

Lo zio scrisse per me in latino il resoconto di un piccolo viaggio che avevo fatto con lui. Era a Cuneo, ospite del mio nonno materno (suo fratello); mi disse: - Andiamo a vedere il mare. Avevo inteso dire che lo zio soleva partire all'improvviso. Proprio in questo viaggio imparai a conoscerlo. Già il «partire improvvisamente» che sconcertava i familiari era una rivelazione: un'idea eccitante, liberatoria (sapevo anche che partiva per l'estero senza valigie: si può comprare dovunque quello che occorre). Ed ero orgogliosa del suo pensiero per me: farmi vedere il mare (l'avevo visto quando avevo quattro anni, a Montecarlo). Voleva anche, disse, vedere le condizioni del paese in guerra. La mia impressione fu poi che questi motivi ci fossero, ma che il vero scopo fosse il viaggio stesso.
Al confine, a San Dalmazzo di Tenda, «cupiebamus ire ad urbem Intemeliorum, vulgo Ventimiglia; sed quoniam transire Galliam non licet, nos pedibus calcantibus imus ad Brigam...» [«volevamo recarci nella città degli Intemeli, comunemente chiamata Ventimiglia; ma poiché non è possibile attraversare la Francia , proseguiamo a piedi fino a Briga...», NdC ]. La ferrovia attraversava un tratto di Francia e occorreva un lasciapassare. C'erano delle contadine, desolate perché non l'avevano, e lo zio diede loro il nostro: noi avremmo fatto la traversata a piedi. Le ziette dovettero farsi aggiustare i tacchi delle leggere scarpe bianche di tela, la zia Nina era preoccupata, però rideva: anche lei amava le avventure. Lo zio fu avvertito che la strada era lunga, e non c'erano alberghi per via; infatti a notte eravamo sulle montagne. «Pervenimus ad casas vocatas ab fraxino. Ibi nos edimus coffeam cum lacte, et dormimus in foeno» [«Giungiamo presso alcune cascine che prendono il nome dal frassino. Qui ci rifocilliamo con latte e caffè, e dormiamo sul fieno», NdC]. Nel fieno c'erano cardi pungenti, il fienile era inclinato sul vuoto, nella baia semidiroccata. «Primo mane surgimus et proficiscimur ad Collem Ardentem (il nome m'incantò). Descendimus, vidimus longe Verdeggiam, et pervenimus ad Realdum» [«Di prima mattina ci alziamo e raggiungiamo il Colle Ardente (...). Scendiamo, scorgiamo da lontano Verdeggia, e arriviamo a Realdo», NdC ]. A Realdo nella trattoria non avevano altro che una frittata; lo zio andò anche al Comune a vedere «come funzionavano gli approvvigionamenti». «Continuamus descensum, per viam stratam ex marmore, inter rupes altissimas, quas fluvius Argentina rapidus lambit» [«Continuiamo la discesa, attraverso una via lastricata di marmo, tra rupi molto scoscese, che il fiume Argentina lambisce vorace», NdC ]. Lungo la mulattiera, sui prati aridi c'erano distese di susine gialle cadute: lo zio non mi permise di raccoglierne nemmeno una. Invece a Sanremo, la sera - sul tram le tendine erano abbassate «per il pericolo dei sottomarini» - lo zio commise tranquillamente un'infrazione: scostò la tendina. Alle rimostranze della tranviera rispose: - La mia nipotina deve vedere il mare. All'Hotel Splendid eravamo i soli ospiti, le immense specchiere erano coperte da teli scuri, e la padrona troneggiante alla cassa - vestita di seta nera con le maniche gonfie - ci avvertì che non aveva altro che uova. Al ritorno sentii poi lo zio riferire che «il paese era allo stremo». Era il '17. [ Ibid. ]

Con l'avanzare dell'età, la vocazione della giovane Lalla per gli studi umanistici cedeva il passo ad un nuovo interesse, quello per la speculazione filosofica («era urgente affrontare "prima" i problemi ultimi» [6]), per quanto non disdegnasse l'«ordine astratto» della matematica:

Adesso la mia antica parte di nepticula umanista mi impacciava e non sapevo come far capire allo zio che ero cambiata. Avrei voluto accostarmi al suo mondo lucido e difficile, che giudicavo virile. Avevo disprezzato la matematica quando credevo consistesse nel far di conto e l'avevo odiata perché non riuscivo a far le divisioni con più cifre; ora mi affascinava come ordine astratto, elusivo di emozioni e passioni(25). Sapevo che era il «suo» ordine, il suo linguaggio. Conoscevo una frase di lui che trovavo chiarissima e insieme misteriosa: «Tutto è numero»(26). Mi dava un senso di pace per il suo carattere di totalità. Un filosofo inglese [B. Russell, NdC] aveva detto di lui che era «una mente immune da errore». Non era il massimo della perfezione umana?
Improvvisamente dissi allo zio che volevo conoscere le origini della matematica. - Iscriviti alla facoltà di matematica, disse lui con naturalezza; ma io risposi: - Preferisco Filosofia. Avevo ritrovato me stessa. Rifiutavo una scelta troppo esclusiva. Io non consideravo la filosofia una scienza, e mi pareva più rispondente alla mia aspirazione a una ricerca illimitata.

- Andiamo da Pastore(27), disse rivolto alla zia, che approvò col solito «benissimo», però senza sorridere. Non domandai chi fosse Pastore, non avevo nessuna idea della concatenazione.

Per strada lo zio mi precedeva, finiva sempre col precedere la persona che aveva con sé, e per lo più la dimenticava. Io avevo il passo lungo, preso andando a caccia con mio padre; però lui correva. Io alta, lui minuto, magro, la testa di rabbino curva in avanti, un tic alla spalla. I corsi alberati erano bui e interminabili. Ogni tanto lo zio si fermava di botto e mi domandava bruscamente: - Dove siamo? Naturalmente non lo sapevo. - Corso Vittorio, o: - Corso Umberto, e riprendeva a correre.
Suonò a una porta a vetri, lucida e scolpita, che mi parve di lusso. Aprì una signora dall'aspetto molto nobile, ma anche dolce. Sorrise allo zio in un modo che mi sembrò affettuoso: - Caro professore. Dietro a lei intravidi un bassorilievo di marmo con figure femminili sofferenti e fluttuanti, che mi rammentò la «Sfinge» del nostro cimitero. - Anni non è in casa. Se lo vuole aspettare... Ma doveva sapere quanto lo zio era impaziente. Disse con gravità che io ero bella. Per quel che importava. Consideravo la mia bellezza - di cui per altro non ero sicura - cosa del passato. [ Ibid. ]

Alla fine, giunto il momento fatidico dell'iscrizione all'università, la giovane Lalla opterà per il corso di laurea in Lettere sulla base di «irrefutabili quanto incomprensibili» considerazioni di ordine pratico, non senza la tacita approvazione dello zio Giuseppe:

La scelta della facoltà fu decisa dal segretario. Non davanti a uno sportello, ma fra tavoli bassi ingombri di carte. Lo zio aveva attraversato corridoi e stanze senza guardare nessuno, fino a un uscio che aprì. Il segretario si era alzato e rimase in piedi ossequiosamente. Era un uomo grigio e pesante, dai lineamenti grossi cascanti. Io dissi che sceglievo Filosofia. Il segretario obbiettò che dovevo invece iscrivermi a Lettere, altrimenti non avrei trovato posto nell'insegnamento; aggiunse che avrei potuto ugualmente frequentare i corsi di Filosofia. Provai un senso di declassamento, ma l'argomento pratico era di quelli per me tanto irrefutabili quanto incomprensibili. Mi fece firmare una domanda per una fondazione che si chiamava «Balbo Bricco e Martini»(28). Quel trinomio mi rimase impresso come il suggello della mia esclusione. Lo zio, distratto, non badò alla faccenda, o forse la approvò. Considerava serie le questioni pratiche non sue: delle famiglie, credo. [ Ibid. ]

Con l'avvio delle lezioni, la nostra Lalla si trasferisce in un austero «pensionato di lusso» gestito da suore («ma il titolo che sovrastava la porta era educantato femminile» ), dove già sua madre - la signora Giuseppina - era stata collegiale vent'anni prima. Tra le usanze goliardiche di allora - come si ricorderà - c'era quella di «pagare la matricola» e anche la giovane Lalla, suo malgrado, non può fare a meno di sottrarsi al "sacro rito": «Lo zio Giuseppe mi aveva molto canzonata per questo e mi aveva assicurato che se l'avessi mostrata me l'avrebbero certamente fatta pagare un'altra volta, proprio perché ero stata così ingegnua da pagarla la prima volta»(29).

Non è difficile immaginare che il matematico e la nipote dovessero incrociarsi non di rado, la mattina, nei corridoi dell'università:

Se lo zio Giuseppe s'informava sulle mie lezioni, sapevo di espormi alle sue canzonature. - Che lezione hai avuto oggi? Filosofia morale. - Che cos'è la morale?

Rimanevo perplessa; la morale non mi interessava, o meglio, mi angosciava. L'unica morale che avevo gustato era quella di Al di là del bene e del male(30). Oppure l' Etica di Spinoza «more geometrico»(31). Ma lui, allegro, con la sua voce rauca:(32)


ce qui à Rome c'est une vertu
c'est un vice à Tombuctu.


Detto da lui, doveva essere qualcosa di più che uno scherzo. Forse c'era sotto una filosofia. O voleva dire che «la morale» non è una filosofia?
M'impressionò di più quando mi disse che al Santo Sepolcro i preti della varie Chiese pulivano l'altare dove aveva celebrato quello di prima. Della morale non m'importava, ma della religione sì. Però non osavo interrogarlo in proposito. E del resto, pensavo, se era ateo non è che avesse risolto il problema: l'aveva eluso. La questione degli altari non concerneva che un aspetto, della religione, quello del «sacro»: non era quello che mi stava a cuore. [Parte seconda, cap. XVII]

Da questo piccolo ma significativo aneddoto, il lettore della Romano può cogliere appieno il senso delle parole di Bertrand Russell, allorché scriveva - ricordando il suo primo incontro con Peano al Congresso Internazionale di Filosofia di Parigi del 1900 - di essere rimasto «molto impressionato dal fatto che, in ogni discussione, egli dimostrava maggiore precisione e maggiore rigore logico di chiunque altro»:

Un giorno, avevo appena comprato la Critica della Ragion Pura e l'avevo con me. Quella volta non scherzò. Aprì il libro e lesse (in una nota della prefazione): «il primo che dimostrò il triangolo isoscele». Scattò. Prese un foglio, e con la sua bella scrittura forte, nervosa, legata, scrisse: «Kant, Critica, versione Gentile, Bari 1924, p. 17. Non si dimostra il triangolo isoscele; se ne possono enumerare le proprietà, e dimostrarle, cioè dedurle da proposizioni precedenti (teoremi, postulati, assiomi).Il traduttore cita Euclide I 5. Kant però aveva detto triangolo equilatero».Potevo afferrare anch'io l'imprecisione, anzi, la grossolana inesattezza. Ma a questo punto si apriva l'abisso - mi pareva infatti incolmabile - che separava i due mondi: la scienza e la filosofia.
La cosa non ebbe seguito, né io lo sollecitai. Conservai il foglio, insieme all'antico racconto in latino del viaggio ad urbem Intemeliorum . [ Ibid. ]

Il brano che segue ci riporta invece a quanto si diceva all'inizio, a proposito della fredda accoglienza riservata agli innovativi studi di Peano nel campo della logica matematica da parte dei più agguerriti esponenti - primo fra tutti, Benedetto Croce - di quella scuola neoidealista che dominò la scena culturale italiana a cavallo tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. Costoro ritenevano la matematica una branca inferiore del sapere (non riconoscendo ad essa altro fine se non quello puramente utilitaristico del «numerare», del semplice «far di conto») e, di conserva, mal sopportavano le intromissioni dei matematici in un terreno, come quello della logica, ritenuto di competenza esclusiva della speculazione filosofica. Con queste premesse, i famosi assiomi di Peano sui numeri naturali dovevano sembrare a Croce nient'altro che un'accozzaglia di nozioni campate in aria:

Quando ormai sapevo - certo non da lui! - che lo zio non godeva (in Italia) del riconoscimento che gli spettava, fui illuminata inaspettatamente. (...) Ebbene: in uno dei nostri brevi incontri, nel cortile dell'università, a un certo punto Arnaldo(33) mi parlò dello zio Peano e mi assicurò che la sua fama non era adeguata perché la matematica e in particolare la logica era considerata una conoscenza inferiore dalla filosofia idealistica. Questo lo sapevo da Pastore(34); ma, al solito, non avevo «connesso». La rivelazione fu davvero strabiliante: il valore di Peano era, invece, riconosciuto dal Papini(35). Un assistente dello zio, Vailati(36), cattolico e amico di Papini, gliene aveva parlato, e il Papini, in odio agli idealisti, aveva esaltato Peano.
Rimasi perplessa e non seppi se rallegrarmi o rattristarmi. [ Ibid. ]

Oltre che come «professore del tle tle », Peano era noto nell'ambiente universitario per alcune consuetudini davvero insolite, come quella di non fare mai esami, per la gioia dei suoi studenti e tra il disappunto dei colleghi («poco propensi a cedere le loro prerogative di commissari» [5]), in quanto non riconosceva ad essi alcuna «utilità scientifica ma danno alla salute» [7]. Da qui la sua famosa proposta di abolirli ufficialmente, formulata dalle colonne di «Torino Nuova» il 17 agosto del 1912, in un articolo non a caso intitolato Contro gli esami : «È un vero delitto contro l'umanità - sentenziava Peano - tormentare i poveri alunni con esami, per assicurarsi che essi sappiano cose che la generalità del pubblico istruito ignora»(37).
A ciò si aggiungano le sue proverbiali lezioni di greco:

Nei miei tentativi dei primi tempi di trovare qualche legame, avevo provato a nominare lo zio Peano a una delle vecchie [studentesse, NdC ] che stava per laurearsi in matematica. Lei mi guardò coi suoi occhi miopi enormi dietro le lenti, aprì la bocca grande come a mangiarmi: - Oh, quello! Ti insegna il greco, e scrollò le spalle.

Quante volte: - M MMMMM(38)- intonava giocondamente lo zio!

Se i suoi allievi provenivano dall'Istituto tecnico, gli voleva insegnare il greco, in poche lezioni, anzi, in dieci minuti, diceva lui. Non si poteva, secondo lui, ignorare il greco.

Non era uno scherzo; faceva veramente lezione di greco, nel suo corso che non era più di «analisi infinitesimale» ma qualcosa come «Matematica complementare»(39). (Non poteva essere colpa degli idealisti, questo - se era davvero un'ingiustizia - ma di beghe universitarie, suppongo).Un giorno mi disse se volevo occuparmi di «greco catolico» (universale). Mi spaventai un po' ma accettai.Dalla mancanza di chiarezza e di rigore nascevano gli errori nella scienza, gli equivoci, gli inganni nei rapporti tra gli uomini, tra i popoli. Lui sosteneva che una lingua comune avrebbe permesso di evitare le oscurità, per esempio nei congressi.Esisteva già una lingua universale, l'Esperanto(40) (un bel nome, derivato proprio dalla Speranza), troppo complicata; e un'altra, dal nome buffo: Volapuk(41) (sembrava il nome di un mago).
Zio Giuseppe aveva inventato un'altra lingua universale, che chiamò Interlingua o Latino sine flexione(42). Non era certo bella come il latino, ma aveva una sua eleganza - un po' «legnosa» a mio parere - di contro alle goffaggini delle altre.

Anche radici greche abbondavano nelle lingue colte; lui mi propose di contribuire a questa ricerca.

Prese un foglio e scrisse:

cosmographo graphe cosmo

poi, in colonna:

geographo graphe ge

e così via. Mi piacque specialmente:

heliotropio trepe antho eis helio

e anche, in quanto la sua scelta era una spia dei suoi gusti, l'elenco dei vegetali:

acacia, amarantho, anemone, asparago, basilico, borace, cacto, cedro, cichoria, mentha, ... es botane.

Continuai l'elenco, con la mia sottile puntuta scrittura:

Abysso cale abysso

e lo zio vi affiancò, con la sua calligrafia forte(43), elegante: Psalmo XII 8 e Plauto, Ps. 41.7. ( Abyssus abyssum vocat )(44).

In fondo al mio elenco su tre fogli - continuato per conto mio nella mia camera al pensionato - lo zio aggiunse:

Andre game gyne.

Mi sembrò una galanteria. [ Ibid. ]

 

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Lalla Romano

Sapendola alle prese con il difficile compito di porre le basi del proprio futuro, per giunta lontana da casa e dalla famiglia, Giuseppe Peano non mancava di far sentire alla nipote tutto il suo affetto, specie nei momenti di maggior scoramento («Per il giovane la vita si configura come un compromesso tra l'essere e l'esistere. Per questo la giovinezza è tragica», scriveva la stessa Lalla Romano nel risvolto della prima edizione del romanzo, ripensando ai suoi trascorsi universitari):

Anche con questa specie di collaborazione [quella linguistica a cui la scrittrice ha accennato poc'anzi, NdC ], la grande bontà dello zio Giuseppe voleva soccorrere al mio smarrimento che di fatto perdurava.
Per la stessa ragione, in primavera mi portò qualche volta a Cavoretto (c'ero stata bambina). Si andava in tram fino a una fermata che si chiamava - come in una fiaba - Ponte del Gatto; poi si saliva a piedi lungo muri alti di ville, giardini, prati, a svolte.

La sua piccola villa era sotto la strada, invisibile se non dall'altra parte della valle. Era in qualche modo aerea, con un piccolo spiazzo ghiaiato davanti, e un grande terrazzo in alto. Sul terrazzo lo zio aveva fatto disegnare la famosa «curva che riempie un quadrato» o «curva di Peano»(45).

La sera mi mostrava le costellazioni, diceva il nome mitologico. Non era il mio modo di guardare le stelle, ma mi incantava anche questo.

Ritrovai, sul marmo del caminetto, le fotografie di statue greche: Aristotele e altri sapienti(46). Non c'era piú Melampo, il grosso cane che era morto vecchio e cieco, di morte naturale. Proponevano allo zio di farlo uccidere, e lui diceva: - Melampo è contento di vivere anche così. Lasciamolo dunque vivere(47).

Rina, la moglie del giardiniere, ci faceva da mangiare. Dopo, andavamo nei boschi a raccogliere anemoni: anemon nemorosa , o primule: primula officinalis . Detti con allegria, anche i nomi erano un gioco(48).

Una domenica lo zio Giuseppe mi portò con lui a Cavoretto paese. C'era una festa del patronato scolastico; sedetti davanti a lui, dalla parte delle autorità, nobili del posto. Di fronte stava il popolo, nel mezzo lo spazio per lo spettacolo dei bambini.

- Hai visto la Rina ? - Sì. - Vai a salutarla. Capii che voleva mettermi alla prova, vedere cioè se mi vergognassi a salutare una contadina. Io mi vergognavo, ma non di salutare Rina: di muovermi davanti a tutti, di farmi notare. Però mi alzai, attraversai la sala, mi feci strada fra la gente, e strinsi la mano a Rina, che rise sorpresa.

Sapevo che secondo zio Giuseppe - mi sentivo solidale con lui - agli «umili» o comunque a chi soffre di qualche inferiorità si deve maggior rispetto; sapevo pure che era stato severo coi nipoti quando ridevano di qualche errore d'ortografia nelle lettere della nonna (sua madre). Del resto la nonna Rosa, madre sua e di mio nonno, era stata una donna colta, per il suo tempo; e si diceva che da lei zio Giuseppe avesse ereditato l'intelligenza.

Accadde - di rado - che un suo consiglio sembrasse contraddire i suoi soliti giudizi. Sul tram di Cavoretto, a una signora seduta davanti a me cadde una moneta: io mi curvai a raccoglierla e gliela porsi. Dopo, lo zio mi disse: - Non raccogliere mai denaro, potresti essere accusata. Pensai che fosse in relazione, non tanto con la sospettosità della gente, quanto con la maledizione del denaro. [ Ibid. ]

Persino tra le mura domestiche, dismessi i panni accademici, il buon Peano si sforzava di affermare il primato della logica, a riprova dell'«unità di una vita in nessun modo sdoppiata tra interno ed esterno, tra idea e costume» [7]:

Da bambina, come tutti, badavo a scegliere da un piatto di castagne la meno bella e così via, in modo da lasciare per ultime le migliori, anzi la migliore. Non senza motivo del resto: l'impressione ultima sarebbe stato il sapore della più buona mangiata alla fine. Zio Giuseppe mi aveva insegnato a fare il contrario: - Scegli invece la migliore, poi ancora la migliore: fino alla fine avrai sempre mangiato la più buona. Significava: altrimenti avrai sempre mangiato la peggiore. Era un trionfo della logica.

Le azioni definite secondo la logica - o secondo la fisica - apparivano nella loro «verità», cioè un po' ridicole.

- Voi non togliete la polvere, la spostate. Le donne continuavano a spolverare (non molto per la verità, sia zia Carlotta [una delle tre sorelle della madre della scrittrice, NdC ] che zia Nina): infatti erano libere di farlo o no.

Vedevo che zia Carlotta piaceva allo zio: perché era allegra, spiritosa, coraggiosa. Scherzavano insieme. Se c'era lei, anche la zia Nina era più contenta. Veniva anche la Tina [un'amica della zia Carlotta, NdC ], naturalmente; più che altro lei rideva con la sua grande bocca rosa. Pensavo che a lui piacessero anche perché erano carine.

Zia Carlotta, nonostante la famosa «povertà», vestiva con eleganza; era anche tintinnante ai polsi e al collo. Eppure lo zio aveva detto che gli ornamenti sono propri dei popoli selvaggi. Lui diceva questo per mostrare un aspetto ignorato delle cose, non per moralismo. Infatti lei continuava a portare braccialetti e collane.

Era stato severo, una volta, con zia Carlotta: in un'occasione secondo lei cruciale della sua vita (lei esagerava sempre un po'). Gli aveva chiesto una raccomandazione «necessaria» per essere assunta come insegnante alle Figlie dei Militari: l'assessore era stato allievo dello zio. Gliel'aveva negata: - Ognuno è figlio delle sue opere - aveva detto. Non era un momento di malumore: era la morale laica.

Anche zia Carlotta - come mia madre - adorava gli zii. [ Ibid. ]

Il lungo capitolo XVII del romanzo si chiude con il resoconto di una «innocente» gita domenicale all'Osservatorio Astronomico di Pino Torinese:

C'era sempre una speciale semplicità, nei rapporti con lo zio. Che fosse la scienza?

Una domenica lo zio Giuseppe mi propose una visita all'Osservatorio di Pino, con altri professori e studenti. Pensavo che mi sarei annoiata e accettai più che altro per la gita in collina. Invece fu quasi un'avventura.

I ragazzi erano semplici, né belli né brutti, allegri e persino un po' galanti. Mi venivano intorno tutti insieme, o a turno.

Il professore di scienze era lungo e magro con qualcosa di deturpato: un occhio solo o un lupus facciale, che lo rendeva simile a un personaggio mitologico. L'altro era una donna, quasi nana, vestita all'antica, con un enorme cappello, e un aspetto tra severo e bonario.

Il professore picchiettava con un martello sui sassi, mostrava i filoni della roccia lungo i margini alti della strada. A parte quei momenti dimostrativi, noi eravamo sempre un bel po' davanti ai professori.

All'Osservatorio guardammo le stelle di giorno: esperienza magica, eccitante: però, appunto, innocente.

Al ritorno, già quasi arrivati, mi rivolsi allo zio chiamandolo zio, e loro si stupirono. Mi credevano, dissero, figlia di Peano e di quella professoressa nana. Quasi mi offendevano (pensando alla mia bellissima mamma). Si rise insieme. Rammaricarono: se mi avessero saputa affidata solo a uno zio, chissà...

Mi accadde poi di incontrare alcuni di loro in via Po. Mi venivano incontro festosi; ma io non li incoraggiavo, perché non sapevo cosa dire, con loro. La scienza era «troppo» innocente? [ Ibid .]

Nell'ultimo ricordo dell'adorato zio Giuseppe che la scrittrice consegna al suo lettore ritorna, ancora una volta, il matematico in versione umanista:

Nominai il professore [di Letteratura latina, NdC ] con lo zio Giuseppe, e lui mi regalò un piccolo libro prezioso: piccolo di formato, ma molto spesso; infatti conteneva tutta l'opera di Orazio. Q. Orati Flacci Opera recognovit praefatus est adnotationes criticas addidit Hector Stampini Mutinae An. mdccxcii . Sul frontespizio c'era la dedica All'amico Giuseppe Peano affettuosamente . La copertina era di carta pergamena, con caratteri rossi e neri(49).

Corsi subito a cercare i versi che avevano segnato un legame fra me e lo zio:

Te maris et terrae numeroque carentis harenae mensorem cohibent, Archyta(50).

Questi versi, scritti dallo zio Giuseppe su una cartolina, mi erano arrivati da Crotone (o da Metaponto?). [Parte seconda, cap. XVIII]

In conclusione, il ritratto di Giuseppe Peano che scaturisce dalle pagine di Una giovinezza inventata è indubbiamente quello di un uomo che non esiteremmo a definire fuori del comune, tanto per l'acutezza dell'ingegno quanto per l'eccentricità del personaggio: «Credo che la sua concezione - mai formulata - fosse sostanzialmente anarchica. Detestava il dogmatismo, il conformismo in tutti i campi. Era fuori del suo tempo, come ogni uomo libero», scriveva - non a torto - Lalla Romano nella sua Presentazione dell'edizione italiana della biografia di Kennedy. E in quella stessa occasione la scrittrice tentava anche una spiegazione molto suggestiva della particolarità dell'uomo di scienza:

L'altezza morale e il rigore della mente tanto ammirato da Russell possono bastare per la sua gloria. Ma l'originalità irripetibile della sua natura era ancora in questo: che il rigore della mente si accompagnava a un'altra peculiarità altrettanto rara: la fantasia.

I poeti sono uomini che non hanno perso la facoltà di meravigliarsi propria dell'infanzia; ebbene, anche gli scienziati veri - creatori - godono di questo privilegio. Infatti la scienza nasce dalla meraviglia come l'arte. Albert Einstein ha scritto: «Lo studio e la ricerca della verità e della bellezza rappresentano una sfera di attività in cui è permesso di rimanere bambini per tutta la vita»(51).

Questi ricercatori detti platonicamente «della verità e della bellezza» hanno qualcosa che li apparenta ai bambini: una disponibilità, anzi una passione per il gioco. Perché lo spirito creativo è leggero.

Peano possedeva questa dote meravigliosa: un'affinità con i bambini che lo portava a capirli.

L'accostamento tra scienza e poesia evocato dalla Romano fa venire in mente quanto soleva ripetere il «principe degli analisti», Karl Weierstrass: «Un matematico che non abbia qualcosa del poeta non è completo». E un altro grande scrittore, Leonardo Sciascia, avrebbe aggiunto: «La scienza, come la poesia, si sa che sta ad un passo dalla follia»(52). Secondo qualcuno, Peano compì questo «passo»(53). Ma quand'anche ciò fosse vero, la sua fama non ne verrebbe minimamente scalfita.

 

BIBLIOGRAFIA

[1] Boyer, Carl B., Storia della matematica , trad. di Adriano Carugo, Mondadori, Milano 1980 (edizione originale: A History of Mathematics , John Wiley & Sons, New York 1968);

[2] De Benedetti, Rinaldo, in arte «Didimo», Esame con Peano curva pericolosa , in «Tuttoscienze», supplemento de « La Stampa », n. 657, mercoledì 1° marzo 1995, p. 4;

[3] Giorello, Giulio, Peano: la scommessa premiata dal tempo , in «Corriere della Sera», giovedì 11 aprile 2002, p. 37;

[4] Kennedy, Hubert C., Peano. Storia di un matematico , trad. di Paolo Pagli, Boringhieri, Torino 1983 (edizione originale: Life and Works of Giuseppe Peano , Reidel, Dordrecht 1980);

[5] Odifreddi, Piergiorgio, E Peano parlò ai numeri , in « La Stampa », sabato 26 settembre 1998, p. 21;

[6] Romano, Lalla, Una giovinezza inventata , Einaudi, Torino 1979;

[7] Romano, Lalla, Presentazione a H. C. Kennedy, op. cit. , pp. 7-12.

 

 

NOTE

1. Bertrand Russell, La mia filosofia , trad. di Francesca Pasquini, Newton Compton, Roma 1995, p. 14 (edizione originale: My Philosophical Development , George Allen and Unwin, London 1959).

2. Ibid. , p. 60.

3. Apparso per la prima volta nel 1979, per i tipi della casa editrice Einaudi (nella collana «Supercoralli»), il romanzo ripercorre i trascorsi universitari torinesi della scrittrice. Il lettore non si lasci ingannare dal titolo: l'aggettivo «inventata» è adoperato - come l'autrice stessa chiariva nella quarta di copertina - «nell'accezione di incantata, vissuta con la fantasia, come mito, favola». Per tutte le citazioni da Una giovinezza inventata che si riferiscono espressamente a Peano ho indicato la parte (prima, seconda o terza) e il capitolo (I-XLIV) da cui sono tratte. Nel 1983 l 'editore Boringhieri pubblicava la traduzione italiana della prima biografia scientifica dedicata a Peano, ad opera dell'americano Hubert C. Kennedy (vedi Bibliografia [4]): la Presentazione che Lalla Romano scrisse per l'occasione costituisce un'ulteriore fonte di ricordi e considerazioni personali sulla figura del matematico, ad integrazione del romanzo.

4. Giuseppe Peano (Spinetta, Cuneo, 1858 - Torino, 1932) era fratello del nonno materno di Lalla Romano.

5. Peano era allora titolare della cattedra di Analisi infinitesimale presso la Regia Università di Torino.

6. «Faceva allegre gare di velocità correndo giù dallo scalone del palazzo, con un bambino che abitava nelle soffitte sopra il suo alloggio del quarto piano» [7].

7. Un'altra caratteristica di Peano era il colorito acceso delle labbra: «"Ho visto oggi le labbra vivaci di vostro zio". (...) La sola espressione vera era "le labbra vivaci": nella faccia nera da arabo dello zio Giuseppe, le labbra tra i peli arruffati della barba erano rosse» (Parte terza, cap. XXXI).

8. La moglie di Giuseppe Peano - «la favolosa zia Nina» [7] - era la più giovane delle quattro figlie di Luigi Crosio (Alba, Cuneo, 1835 - Torino, 1915), un pittore di maniera che soleva dipingere - come ricordato più avanti - quadri di soggetto pompeiano o seicentesco.

9. È un'opera dello stesso Peano, di cui uscirono cinque edizioni in un arco di tempo compreso tra il 1895 e il 1908: le prime tre (intitolate Formulaire de mathématiques ) e la quarta ( Formulaire mathématique ) erano in francese; la quinta, invece, dal titolo Formulario mathematico , era redatta in latino sine flexione , una sorta di versione semplificata del latino che si insegnava a scuola, a cui il matematico lavorò personalmente a partire dal 1903 (per maggiori ragguagli rimando il lettore alla nota 42). Nell'ultima edizione, sebbene non definitiva nelle intenzioni dell'autore, il Formulario snocciolava più di 4.000 enunciati, tra formule e teoremi, che spaziavano dall'aritmetica all'algebra, dalla logica matematica alla geometria, dall'analisi al calcolo delle probabilità. Prima ancora che realizzare una summa della matematica del tempo, con il progetto del Formulario Peano si prefiggeva uno scopo ben più audace: sviluppare un nuovo linguaggio simbolico che permettesse di esporre tutti i risultati dei più disparati campi della matematica in una forma estremamente rigorosa dal punto di vista concettuale e, soprattutto, esente da ogni ambiguità d'interpretazione. Molti dei simboli inventati da Peano per rappresentare le varie relazioni logiche che egli aveva isolato sono adottati diffusamente tuttora: si pensi, ad esempio, al simbolo di appartenenza di un elemento ad un dato insieme o ai simboli e di unione e intersezione, rispettivamente, di due o più insiemi.

10. Località collinare alle porte di Torino, dove gli zii di Lalla Romano avevano una piccola tenuta, con annessa villa: Rina era la moglie del giardiniere. A Cavoretto - dopo Spinetta, il paese natale - sono legati alcuni dei momenti più felici della vita di Peano, specie negli anni della vecchiaia: «Con i bambini, e anche con gli amici, soleva dire: - Spinetta (o: Cavoretto) è il centro del mondo. E spiegava come si poteva partire da quel punto per misurare il mondo. C'era, naturalmente, l'amore per "quel" luogo, le due piccole patrie. In realtà si considerava cittadino del mondo e aveva infinite patrie» [7].

11. Il motivo della presenza di un torchio da tipografo in un angolo della sala da pranzo dell'appartamento di Peano risulterà chiaro al lettore in seguito (si veda la nota 18).

12. Più avanti troveremo un'altra osservazione a riguardo: «Per strada lo zio mi precedeva, finiva sempre col precedere la persona che aveva con sé, e per lo più la dimenticava. Io avevo il passo lungo, preso andando a caccia con mio padre; però lui correva».

13. «Gli studenti, scherzando su questo difetto, lo chiamavano "il professore del tle tle " per il modo in cui diceva tre » [4].

14. Settimanale satirico, dichiaratamente antifascista, fondato a Roma - nel 1924 - dal giornalista Alberto Giannini (Napoli, 1885 - Roma, 1952): soppresso dalla censura due anni dopo, continuò le pubblicazioni in Francia, mutando il nome in «Il Merlo Giallo».

15. Con L. de Bosis, G. Rendi, M. Vinciguerra e U. Zanotti-Bianco, fu uno dei promotori di quel movimento clandestino antifascista, di ispirazione liberal-democratica, denominato «Alleanza Nazionale per la Libertà».

16. L'episodio si era verificato nella primavera del 1906, a margine di una manifestazione di protesta promossa dai lavoratori di alcuni cotonifici torinesi: «Nonostante i danni recati al giardino, Peano, a quanto si dice, non rimpianse mai il suo gesto» [4].

17. Salvo, poi, scrivere: «Le ironie della storia mi divertivano molto, era un tratto che avevo in comune con lo zio Giuseppe» (Parte terza, cap. XXXII). E a proposito di «ironie della storia», ricorda ancora la scrittrice: «Una volta disse: - I primi a scappare al suono della Marsigliese sono stati i piemontesi. Era forte, per quei tempi, per la nostra educazione; ma era una prima medicina contro il patriottismo» [7].

18. Il progetto del Formulario (cfr. nota 9) si era rivelato, all'inizio, molto più arduo del previsto, a causa delle numerose difficoltà pratiche connesse con la stampa dei nuovi simboli matematici concepiti dallo stesso Peano. Da qui la decisione di occuparsi direttamente anche di questi problemi di natura tipografica. Fu così che, nell'aprile del 1898, Peano acquistò una macchina da stampa, che installò nella villa di Cavoretto. Da allora, tutti i caratteri del Formulario furono composti personalmente da Peano a Cavoretto, mentre la stampa vera e propria dei volumi - per conto della Casa editrice Fratelli Bocca - avveniva presso la Tipografia Cooperativa di Torino, a cui allude la scrittrice.

19. Figlia primogenita del fratello maggiore del matematico, Michele Peano.

20. Peano fu chiamato ad insegnare Analisi matematica ai cadetti della Regia Accademia Militare di Artiglieria di Torino nel 1886 e mantenne questo incarico - in aggiunta a quello universitario - per quindici anni, fino al 1901.

21. Nel cap. IX, la scrittrice precisa: «Sapevo che anche lo zio Giuseppe era ateo, ma non gliel'avevo mai sentito dire». Probabilmente - aggiungiamo noi - per rispetto del fratello più piccolo, Bartolomeo, che si era fatto prete.

22. Lo stesso dicasi per il marito, come dimostra questo particolare riferito da Kennedy: «Era sua abitudine, quando (...) portava con sé in viaggio un nipote o una nipotina, accompagnarli in chiesa alla domenica e tornare a riprenderli al termine della Messa» [4].

23. Roberto Ardigò (Casteldidone, Cremona, 1828 - Mantova, 1920) fu il caposcuola del positivismo italiano. Ebbe una vita molto travagliata: ordinato sacerdote nel 1851, gli studi filosofici lo condussero in seguito ad una profonda crisi di coscienza, culminata con la deposizione dell'abito talare nel 1871. All'età di 81 anni fu colpito da una grave malattia nervosa che lo portò, infine, al suicidio.

24. «Quando ero bambina io, mi propose un problema di tipo scolastico: due carrettieri, i chilometri, la velocità: - A che punto della strada si incontreranno? Non mi provai neppure a calcolare, rabbiosa tacevo. E lui: - Alla prima osteria! La sua risata cavernosa, urlata, canzonò la mia perplessità, ma anche la seriosità del problema»[7].

25. Di lì a qualche tempo, tuttavia, verrà meno l'attrazione della giovane Lalla per il mondo perfetto dei numeri, complice - ironia della sorte - la frequentazione di una studentessa di matematica fin troppo diligente, tal Giuseppina Vergani: «Da principio la matematica l'aveva insignita ai miei occhi di una speciale dignità; poi mi accorsi che si riduceva a interminabili copiature di appunti, su enormi quaderni neri. Le integrali , e così le altre misteriose espressioni, confinate in quelle fitte ordinatissime pagine, nella regolare scrittura di Giuseppina, persero ogni fascino; e rimasero per sempre proibite, irreali» [6].

26. Era il celebre motto della scuola pitagorica: «Non era favoloso che potesse incontrare ogni tanto la traduzione delle sue astrazioni? Il pitagorico Tutto è numero aveva suggerito agli americani di chiamare le strade coi numeri? Lo constatò nel suo viaggio in America e ne fu entusiasta: anche perché, disse, ciò eliminava la retorica delle commemorazioni»[7].

27. Valentino Annibale Pastore (Orbassano, Torino, 1868 - Torino, 1956) fu professore ordinario di Filosofia teoretica nell'ateneo torinese dal 1921 al '39. Da studente aveva frequentato liberamente le lezioni di logica matematica di Peano, rimanendone profondamente colpito. A questo proposito, la scrittrice ricorda: «Il professor Pastore annunziava ogni volta un corso di logica, che costituì la mia grande aspettazione; ma il corso non veniva mai realmente iniziato. (...) Un giorno, annunziando al solito il corso di logica, si dichiarò "discepolo di Peano" e lo chiamò "caro Maestro". Alla fine della lezione mi feci conoscere come nipote di Peano. Da allora Pastore prese a sorridermi spesso, mentre sedevo, un po' in disparte, fra i suoi rari discepoli» (Parte prima, cap. IX). Di tutt'altro avviso il giudizio del «Maestro» sull'opera del «discepolo», per quanto Peano fosse legato a Pastore da una sincera e affettuosa amicizia: « ... avevo saputo che anche di Pastore lo zio non aveva una gran opinione riguardo alla scienza» (Parte terza, cap. XXX). Dal canto suo, la giovane Lalla resterà molto affascinata dalla figura di Pastore («Provavo per lui una sorta di venerazione»), non foss'altro perchè scorgeva nel filosofo la stessa forma mentis dello zio Giuseppe: «Solo nella loro cecità le persone-ombre che si muovevano per il mondo potevano fare a meno della filosofia; io per me avevo bisogno di chiarezza e di ordine, e sentendomi muovere sul terreno scivoloso di un caos, cercavo la solidità delle idee. Invidiavo Pastore per il quale l'irrazionalità delle cose poteva redimersi nella razionalità delle idee. Solo essendo come lui, o come lo zio Giuseppe, si poteva aver ragione della massiccia presenza delle cose e delle persone: brutte, pratiche, pesanti» (Parte seconda, cap. XXII).

28. La fondazione in questione metteva, ogni anno, a disposizione degli studenti più bravi dell'ateneo di Torino un certo numero di borse di studio. Lo stesso Peano, nei primi due anni di università, aveva concorso all'assegnazione dei premi «Balbo» e «Bricco e Martini» destinati agli studenti più meritevoli della Facoltà di Scienze: la prima volta, ottenne solo - si fa per dire - una «menzione onorevole», mentre, al secondo tentativo, riuscì a vincere una delle borse di studio in palio. «La somma ricevuta, che ammontava a 200 lire, era più che sufficiente a coprire le 132 lire della tassa di frequenza (...) più le 20 lire della tassa di esame» [4].

29. Parte prima, cap. VI.

30. È un'opera del filosofo tedesco Friedrich W. Nietzsche ( Jenseits von Guten und Bösen , 1886), dedicata al tema dell'etica. Anche Peano apprezzava Nietzsche: «Non avevo niente da leggere. Un giorno sfilai da uno scaffale della loro camera da letto, un libro sottile: Così parlò Zaratustra . Il "mio" Nietzsche! Lo zio mi insegnò a pronunciare "nice" invece di "nitsce", e mi disse che potevo tenere il libro» (Parte prima, cap. II).

31. L' Ethica more geometrico demonstrata è l'opera più importante del filosofo olandese Baruch Spinoza: fu pubblicata postuma dagli amici nell'anno della sua morte, il 1677. Come si evince dal titolo, l'intenzione dell'autore era quella di giustificare l'ordine delle cose secondo un «criterio geometrico», cioè procedendo per assiomi, definizioni, proposizioni e corollari.

32. Conseguenza di un violento attacco di broncopolmonite che lo colpì sui quarant'anni e per il quale fu ricoverato all'Ospedale Mauriziano di Torino. Ma Peano, a quanto pare, non si perse d'animo: «Dopo due giorni di degenza ne ebbe abbastanza; riuscì a uscire inosservato dall'ospedale, andò all'Accademia di artiglieria (...), ottenne una cavalcatura, e su quella se ne tornò a Cavoretto»[7].

33. Non di un Arnaldo qualunque si tratta, ma del grande storico dell'antichità classica Arnaldo Momigliano (Caraglio, Cuneo, 1908 - Londra, 1987), anche lui giovane studente a Torino in quegli anni.

34. «Pastore parlava sovente di Estetica, però come extra: magari per confutare il Croce. Sosteneva contro Croce la "spiritualità della tecnica" e in questo ero sicura che avesse ragione» [6].

35. Giovanni Papini (Firenze, 1881 - ivi, 1956), scrittore cattolico, fondò alcune delle più note riviste culturali dell'epoca: «Il Leonardo» (1903), « La Voce » (1908, con Prezzolini e Soffici), «Lacerba» (1913, con Soffici), «Le vraie Italie» (1919, sempre con Soffici) e, infine, « La Rinascita » (1937).

36. Giovanni Vailati (Crema, Cremona, 1863 - Roma, 1909), laurea in ingegneria (1884) e in matematica (1888), fu assistente, nell'Università di Torino, prima di Peano (1892-95), poi di Vito Volterra (1896-98). Nel 1899 abbandonò la carriera accademica, avendo ottenuto una cattedra per l'insegnamento della matematica nelle scuole medie superiori. Negli ultimi anni della sua breve esistenza collaborò con Papini al «Leonardo». È ritenuto il principale esponente italiano del pragmatismo ( Pragmatismo e logica matematica , 1906).

37. Per inciso: «Ammetteva solo quelli di concorso, che invece dovevano essere difficili»[7].

38. È il famoso incipit dell' Iliade di Omero: «Canta, o dea, l'ira del Pelìde Achille».

39. Peano aveva ottenuto la cattedra di Analisi infinitesimale, nel 1890, grazie ad importanti contributi al calcolo integrale e alla teoria delle equazioni differenziali ordinarie. Con il passare degli anni, però, i suoi interessi scientifici si spostarono sempre di più verso il campo dei fondamenti dell'aritmetica, della geometria proiettiva e della teoria degli insiemi, finendo con l'insegnare ai suoi studenti «le sottigliezze della logica, invece che gli spessori dell'analisi», per usare le parole di P. Odifreddi [5]. Proprio per questo motivo, già nel 1901 l 'Accademia Militare di Artiglieria pensò bene di rimuoverlo dall'incarico per l'insegnamento dell'Analisi matematica ai giovani ufficiali. «I suoi colleghi dell'Università - osserva Odifreddi - avrebbero volentieri fatto altrettanto, se avessero potuto, ma si scontrarono contro la libertà accademica, e dovettero limitarsi ad implorarlo: senza successo». La situazione precipitò irreparabilmente quando Peano cominciò a tenere le lezioni nel suo strano latino sine flexione . «A questo punto - prosegue Odifreddi - un professore che insegnava la logica invece dell'analisi, parlando in latino sgrammaticato invece che in italiano, aveva superato i limiti»: così, nel 1925, Peano fu sollevato dal corso di Analisi infinitesimale e destinato a quello di Matematiche complementari, dove avrebbe potuto continuare ad esplorare le frontiere più estreme della matematica, senza più turbare l'ordine accademico.

40. Lingua artificiale internazionale ideata, nel 1887, dal medico polacco Leizer Ludwik Zamenhof (1859-1917): deve il suo nome allo pseudonimo di doktoro Esperanto (dottor Speranza) con cui si firmava il suo inventore. Ricavata dalle radici comuni alle principali lingue europee e fondata soprattutto sul latino, l'Esperanto tende alla massima semplificazione fonetica, grammaticale e lessicale.

41. Come l'Esperanto, anche il Volapük o Lingua del mondo (dall'inglese world speech ) è un idioma artificiale: concepito da un glottologo tedesco, mons. Johann Martin Schleyer (1831-1912), nel 1879, è formato da radici prese a prestito in prevalenza dall'inglese. Molto simile nella costituzione grammaticale al tedesco, lingua madre del suo inventore, il Volapük ebbe molto successo, ma per poco tempo, e precisamente fino all'avvento dell'Esperanto.

42. Il latino sine flexione di Peano si basava essenzialmente sul lessico latino (pur attingendo anche al francese, all'inglese e al tedesco), con la soppressione della flessione grammaticale e delle variazioni sintattiche (un po' sulla falsa riga di un vecchio progetto di Leibniz). Peano arrivò, addirittura, a concepire un Vocabulario de latino internationale , la cui compilazione, iniziata nel 1904 con sole 40 pagine, raggiunse la ragguardevole cifra di 352 pagine nel 1915. Va da sè che Peano non ci pensò due volte e cominciò pian piano ad adottare il suo latino sine flexione nei lavori matematici, nonchè a lezione, tra le feroci proteste di colleghi e studenti, culminate - come sappiamo - con la rimozione dalla cattedra di Analisi infinitesimale nel 1925. Non solo, Peano creò anche una sorta di istituto per la diffusione della sua creazione linguistica, la Academia pro Interlingua : «Lei [Rita Casetta, una ex compagna di liceo della scrittrice, NdC ] fu l'unica alla quale osai proporre l'iscrizione alla Academia pro Interlingua dello zio Giuseppe. Così il suo nome figurò accanto a quello di vari matematici di tutto il mondo» (Parte seconda, cap. XIX); «Giovanni sentì parlare di Peano da Pastore, e andò a trovarlo. Così anche lui, come Casetta, finì nell'elenco dei soci dell'Interlingua» (Parte terza, cap. XXVI). I discepoli più ossequiosi di Peano arrivavano persino al punto di comporre poesie in latino sine flexione : «La nominai [allude all'amica Maria Marchesini, sorella della pittrice Nella, NdC ] con Pastore e seppi da lui che suo padre, professore di matematica in un liceo, era un allievo devoto dello zio Giuseppe, e anche cultore dell'Interlingua, addirittura autore di poesie di quella specie di latino» (Parte terza, cap. XXX).

43. Si ricordi l'aneddoto del «triangolo isoscele» di Kant: «Prese un foglio, e con la sua bella scrittura forte...».

44. Le annotazioni di Peano, così come riportate dalla scrittrice, sono errate: l'espressione latina Abyssus abyssum vocat (alla lettera: «Abisso chiama abisso») non compare nel Salmo XII 8, bensì nel Salmo XLI 8 del Libro dei Salmi dell'Antico Testamento; inoltre, la stessa espressione non figura affatto nel testo della commedia Pseudolus (“Il mistificatore”) del commediografo latino Plauto.

45. La curva a cui allude la scrittrice (G. Peano, Sur une courbe qui remplit toute une aire plane , in «Mathematische Annalen», vol. XXXVI, 1890, pp. 157-160) costituì «una delle scoperte più inquietanti del tempo», in quanto - trattandosi di un caso sui generis - mostrava chiaramente «fino a che punto la matematica potesse sfidare il senso comune» [1]. Vale la pena di ricordare - tornando alla famosa domanda di Croce - che la curva di Peano giocò storicamente un ruolo decisivo nell'elaborazione di quel concetto di frattale che oggi è noto anche al grande pubblico grazie alle moderne tecniche di grafica digitale.

46. A proposito dell'abitazione dell'amica Maria Marchesini, la scrittrice annota: «La sua casa mi riuscì familiare: (...) appoggiate agli scaffali c'erano le stesse fotografie di statue greche paludate, di filosofi, come dallo zio Giuseppe» (Parte terza, cap. XXX).

47. «Negli ultimi suoi anni, già vecchio (così lo ricordo: la faccia rossastra e scarnita, un grande naso, la barba rada), soleva discendere dalla collina torinese, dove abitava, per fare visita ad alcuni amici (sempre gli stessi) della città. Lo accompagnava un cane, cui quei suoi amici regalavano biscotti e carezze. A volte egli non aveva voglia di uscire; e il cane se ne veniva per conto suo, faceva da solo il tragitto e le visite, per ricevere i soliti doni. Così si raccontava: probabilmente è vero» [2].

48. « ... nell'amore della natura era simile a Einstein, il quale lasciò scritto nel suo diario: "Ci si sente immersi nella natura; ancora più del solito si avverte la nullità dell'individuo e questo ci riempie di felicità". Non era certo una considerazione di contadino, cioè pratica, quella della natura in Peano. Gli piaceva raggiungere Cavoretto attraverso i boschi e, se era primavera, raccoglieva margheritine ( bellis perennis ) e anemomi viola ( anemon epatica ). Il modo era tutto suo, simile a quello dei bambini piccoli, ma più delicato: staccava, infilandola fra le dita della mano a coppa, la corolla soltanto. Poi metteva i fiori in tasca, li dimenticava. A casa, ritrovandoli, li offriva alla moglie»[7].

49. Il libro che Peano regala alla nipote è un'edizione critica delle opere del poeta latino Quinto Orazio Flacco (vissuto nel I sec. a. C.), a cura del prof. Ettore Stampini (Modena, 1855 - Torino, 1930), che fu docente di Letteratura latina nell'ateneo torinese. Da segnalare una svista da parte della scrittrice nel riportare l'anno di pubblicazione del lavoro di Stampini, che non può essere - evidentemente - il 1792 (MDCCXCII), bensì è il 1892.

50. «O Archita, misuratore del mare, della terra e dei granelli di sabbia che non si possono contare»: così inizia la 28^ Ode del I libro delle Odi di Orazio, in cui si parla della morte per naufragio del filosofo pitagorico Archita, nato e vissuto quasi sempre a Taranto, pressappoco tra il 428 e il 347 a . C.

51. La citazione costituisce il testo di un messaggio autografo indirizzato alla figlia del matematico Federigo Enriques, Adriana, e datato «ottobre 1921» (si veda: Albert Einstein, Il lato umano. Nuovi spunti per un ritratto , a cura di Helen Dukas e Banesh Hoffmann, trad. di Annamaria Gilberti, Einaudi, Torino 1980, pp. 77-8).

52. Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana , Einaudi, Torino 1975, p. 4.

53. Stando a quanto riportato da Gian Carlo Rota (Vigevano, Pavia, 1930 - Filadelfia, 1999), il noto matematico italiano che insegnò al MIT di Boston, nel suo Discrete Thoughts: Essays on Mathematics, Science, and Philosophy (Birkhäuser, Boston 1986; trad. it. Pensieri discreti, Garzanti, Milano 1993), Peano trascorse alcuni periodi della sua esistenza in manicomio, al pari di altri grandi logici, quali Cantor, Zermelo e Gödel. Lo stesso Rota, interpellato a riguardo in un secondo momento (si veda: Renato Spigler, Peano, la grandezza rimane intatta , in « La Stampa », martedì 31 ottobre 1995, p. 16), precisò di aver appreso la notizia direttamente dalla viva voce di un altro celebre matematico, Francesco Giacomo Tricomi (Napoli, 1897 - Torino, 1978), che fu giovane collega di Peano all'università di Torino. L'attendibilità della fonte di Rota è però assai dubbia, in quanto Tricomi fu notoriamente un avversario delle idee di Peano e - come ricorda Kennedy - non perdeva occasione per «parlare in pubblico contro Peano». Sulla questione intervenne anche la nipote di Peano ( Il prozio matematico di Lalla Romano, in « La Stampa », mercoledì 25 ottobre 1995, p. 20), per escludere in modo categorico che lo zio fosse affetto da disturbi nervosi.