L'autorappresentazione del regime fascista nei testi didattici di matematica elementare

Riproponiamo qui  il testo che introduceva la mostra e accompagnava il visitatore nella lettura dei pannelli.

Tra il 1925 e il 1943 la scuola italiana subì il fenomeno della fascistizzazione, cioè il massiccio ed esplicito processo di strumentalizzazione dell'istituzione scolastica ai fini politici ed ideologici del regime.
Le gerarchie fasciste si servirono a questo fine di vari strumenti, dalla trasformazione dell'assetto istituzionale alla creazione delle strutture giovanili, dal disciplinamento degli insegnanti fino ad una marcata ideologizzazione delle materie di insegnamento nelle scuole elementari e medie.
A partire dagli anni Settanta numerosi studiosi hanno affrontato quest'ultimo aspetto del problema attingendo soprattutto alle fonti più evidenti che si offrivano allo storico: libri di lettura, temi, dettati.
La prospettiva particolare di queste ricerche permetteva di porre in campo un problema decisivo come quello della ricerca del consenso e del controllo sulla società, cioè "dell'estensione del controllo capillare delle masse, della loro omologazione" che ha contraddistinto il fascismo come dittatura novecentesca ed ha sempre catalizzato l'attenzione degli storici. A quei lavori non ha però ancora fatto seguito un'analisi completa della didattica degli anni Venti e Trenta. Tra gli aspetti rimasti in ombra, vi è il ruolo di veicolo ideologico che si trovarono a ricoprire anche materie classicamente considerate "neutre" come Matematica o Grammatica.
Il tentativo che cerchiamo di mettere in campo, con questa mostra, consiste nel riprendere i fili della riflessione sul rapporto tra materie di insegnamento e ideologia durante il regime fascista proprio concentrando l'attenzione sull'Aritmetica e sulla Geometria insegnate nella scuola elementare. Per fare ciò siamo partiti dall'analisi concreta sia dei materiali direttamente imposti dal regime, sia di quelli prodotti "dal basso", cioè da autori o insegnanti particolarmente zelanti.
Ma non è solo dal punto di vista dello "storico" che pensiamo si debba visitare la mostra. Siamo infatti convinti che questi documenti permettano di attivare una importante riflessione sul rapporto tra didattica e ideologie: nel caso particolare, tra una materia che si presta facilmente ad una visione assiomatica come la Matematica e l'irriducibile dimensione ideologica che vi si connette nel momento della pratica didattica. Se il caso preso in esame ha tutte le caratteristiche del caso limite, è pur vero che la riflessione su di esso fornisce importanti stimoli per comprendere altre situazioni più sfumate fino ad arrivare ali' analisi dei materiali didattici oggi in commercio.
Chi scrive è convinto che questa mostra offra al visitatore l'occasione per "allenare" la capacità di cogliere sempre più distintamente i confini tra gli aspetti matematici e quelli ideologici presenti nei sussidi didattici. La mostra vorrebbe quindi essere anche un invito ad osservare con occhio straniato i testi dei problemi di Aritmetica inclusi nelle raccolte oggi in uso, ad attivare cioè uno sguardo capace di cogliere, al di là dell'algoritmo, i frammenti delle diverse visioni della società proprie degli autori.

La storia

 

Quello che potremmo chiamare il processo di "fascistizzazione della Matematica scolastica" segue una scansione temporale che solo in parte coincide con quella messa a punto dagli studiosi del regime o dagli stessi studiosi della scuola nel periodo fascista1. Cronologicamente abbiamo individuato tre fasi diverse.

Nella prima fase -dal 1926 fino al termine degli anni Venti- l'iniziale penetrazione dell'ideologia negli esercizi matematici2 fu saltuaria e la ritroviamo solamente nei sussidiari dovuti alla penna di autori particolarmente zelanti nell'adesione al regime.
Sono gli anni in cui il fascismo, dopo aver raggiunto il potere, procede nella realizzazione del maggior numero di provvedimenti finalizzati a scardinare il vecchio ordinamento liberale, ad accentuare i poteri dell'esecutivo e del capo del governo, a completare la distruzione di ogni libertà di associazione e del pluralismo politico favorendo la crescita di peso politico del Partito Nazionale Fascista come partito unico e di Stato.
In questo panorama, la riforma della scuola, realizzata da Gentile nel 1923 con accentuazioni autoritarie ed elitiste, venne progressivamente emendata da una serie di "ritocchi" che miravano ad accentuarne i caratteri fascisti; nell'istruzione elementare, ad esempio, numerosi aspetti didattici innovatori sottesi ai programmi firmati da Lombardo Radice (1923) vennero progressivamente svuotati, tanto che la valorizzazione della creatività e delle identità regionali fu troncata dall'istituzione del libro unico di Stato (ventilato già dal 1925 e realizzato nel 1930). Come sosteneva il deputato fascista Geremicca nel 1928 in ordine al progetto di fascistizzazione della scuola: "occorre che intorno al fanciullo tutto sia penetrato di sentimento e d'ideale fascista, che tutto nella scuola gli parli di ciò; che attraverso tutto l'insegnamento, anche il più semplice ed elementare, egli lo senta"3.
In questo contesto, le commissioni per l'analisi e l'approvazione dei libri di testo cominciarono ad essere gestite da personalità del Partito fascista e di riflesso i nuovi testi editi accolsero in maniera crescente tra le pagine i principi ispiratori del regime. In fenomeno interessò anche la Matematica: è il caso -eclatante- di Sommadossi che mise a punto un curricolo di 4a e 5a dove le pagine di Aritmetica sono intervallate da disegni e fotografie di Mussolini, degli eroi fascisti dell'aria, della battaglia del grano, del prestito littorio, tentandone una matematizzazione più o meno forzata (la fotografia di Mussolini riporta la seguente didascalia: "S.E. Benito Mussolini lavora 16 ore al giorno, per dare agli italiani una Patria ricca, rispettata e temuta"4.

L'adozione del Libro unico apre la seconda fase, approssimativamente dal 1930 al 1935.
L 'elaborazione dell'Aritmetica nella prima edizione del Libro unico venne affidata a Gaetano Scorza, docente di Geometria analitica all'Università di Napoli e membro del Consiglio superiore dell'educazione nazionale. La sua firma prestigiosa rappresentò certamente un servizio importante per il regime e contribuì a far accettare questa nuova forzatura totalitaria nella scuola. Nelle pagine a lui dovute, però, non si trovano cedimenti ideologici di sorta: coerente con la sua concezione che riconosceva alla Matematica un valore culturale svincolato da quello delle relative applicazioni, egli propose un curricolo fortemente astratto nel quale le esemplificazioni concrete erano rarissime e in cui, non a caso, mancavano le liste di esercizi.
D'altronde -come sa bene ogni insegnante- questa scelta avrebbe implicato l'indispensabile proliferazione degli eserciziari "non di Stato", nei quali puntualmente ritroviamo la presenza dei nuclei ideologici di regime. In definitiva, si può quindi affermare che, per gli anni in cui rimase in adozione il testo firmato da Scorza (1930-1935), la propaganda del regime crebbe rimanendo all'interno dei recinti disciplinari che tradizionalmente le erano congeniali: letture, storia... e inoltre dilagò al di fuori del Libro di Stato, in tutti i "testi ausiliari" il cui uso risultava potenziato dalla assenza di esercitazioni nel libro di Stato (ci riferiamo non solo agli eserciziari, ma anche ai libri delle vacanze, ai testi a cura dell'Opera Nazionale Balilla ecc.).

Con la guerra di conquista dell'Etiopia (1935-36), entriamo in una nuova fase della storia del regime: in politica estera vennero moltiplicati gli attacchi agli equilibri politici tra le potenze europee mentre, all'interno, si fece sempre più pressante il tentativo di estendere il controllo capillare e l'omologazione delle masse. Si assistette così alla crescita della pressione propagandistica in ogni aspetto della vita pubblica. Furono riscritti anche i libri di testo riferiti ai nuovi programmi della scuola elementare del 1934; questa volta gli autori vennero scelti in base ad un concorso il cui bando impegnava ad includere gli esercizi nel testo e a fare in modo che la materia trattata avesse "piena aderenza allo spirito fascista".
L'ambito matematico fu affidato a Maria Mascalchi, professoressa al Liceo D'Azeglio di Torino e nipote dell'accademico d'Italia Francesco Severi, uno dei più grandi matematici del periodo. Il suo testo rappresentò il vero momento di rottura di ogni argine tradizionale tra materie ideologiche e non. Le sue pagine sono ad alta densità ideologica; i problemi diventano occasioni per celebrare il regime e le sue "conquiste" militari e sociali; le argomentazioni matematiche si popolano di balilla e piccole italiane; i riferimenti al bellicismo e ai modelli di vita imposti nelle strutture educative paramilitari sono continui.

La svolta rappresentò un punto di non ritorno. Alcuni anni più tardi, a seconda guerra mondiale iniziata, la nuova versione dei testi riconfermerà questo coinvolgimento attivo della matematica nella propaganda di Stato. I nuovi autori -nomi attivi anche nel dopoguerra- furono Ezio Bonomi (3e), Armando Armando (4e) e Carmelo Cottone (5e).
Con la caduta del fascismo e la Liberazione, fu avviata la defascistizzazione dei libri di testo che toglierà dalla circolazione gli aspetti più evidenti di questo "abuso politico" della Matematica elementare.

 

I procedimenti per l'ideologizzazione della matematica

Come avvenne l'uso ideologico dell'Aritmetica e della Geometria5? Quali diversi meccanismi furono utilizzati a tal fine?

Il procedimento più semplice era quello di interporre frasi mussoliniane o motti di regime tra le diverse parti della trattazione aritmetica. Questa scelta non implicava un mutamento di forma né di contenuto della lezione di Aritmetica ma poneva tutta la materia nel più ampio insieme della cultura di regime. Potremmo dire che l'Aritmetica veniva in questo modo semplicemente ancorata al regime fascista attraverso i "chiodi ideologici" delle frasi del Duce.

Ma l'intervento non si fermò a questo aspetto "esteriore". Ciò che accadde di inedito durante il ventennio fu proprio una manipolazione che entrava nella matrice stessa delle lezioni, degli esercizi e degli esempi e, per la prima volta, non in modo accidentale bensì spesso calcolato e coordinato.
L'esercizio matematico che più si prestava a farsi portatore di ideologia era ovviamente il "problema", specie nelle sue formalizzazioni elementari che già allora si caricavano di concretezza e di riferimenti alla realtà di vita del bambino. Per forzare il testo di un problema in tale direzione, il meccanismo più semplice era quello di "trasformazione del contesto". Le righe e le file cessavano di essere composte da "fanciulli" e si popolavano di "balilla" in divisa, così come i disegni geometrici si orientavano su soggetti come i fasci littori o i cannoni. Si agiva cioè forzando l'immaginario del bambino verso una costellazione di riferimenti politici o ideologici proposti come naturali.
Un altro metodo di facile identificazione consisteva nell'elaborare problemi attorno a questioni di attualità politica o sociale per poi includervi frasi di approvazione per l'opera del regime. Bastava l'inciso "ottima istituzione del regime fascista", giustapposto in un problema sul "treno popolare", per caricare di valenze ideologiche un semplice calcolo di costo e risparmio.
Un procedimento più sottile di accentuazione ideologica consisteva nel celare elementi semplificati di teorie politiche all'interno dei testi. Ad esempio, si chiedeva al bambino di confrontare la lunghezza delle strade di Rodi prima e dopo l'occupazione italiana. Si otteneva così un risultato che, isolato dalla complessità storica, sembrava giustificare l'oppressione coloniale come opera finalizzata a "civilizzare" territori arretrati e popolazioni barbare, mentre rimanevano occultati gli interessi economici e geopolitici sottesi al fenomeno dell'imperialismo.

 

L'architettura della persuasione diveniva ancora più complessa quando l'autore faceva sì che le teorie politiche emergessero dalla lettura combinata di più problemi, quasi si trattasse di sillogismi con la conclusione nascosta e quindi subdola. Nel primo problema, ad esempio, si doveva calcolare quanto erano estesi i possedimenti coloniali italiani e nel problema seguente si calcolava quanti italiani erano costretti ad emigrare. Da queste semplificate e matematiche premesse non poteva che conseguire la vecchia teoria del colonialismo, come giusta soluzione alla piaga dell'emigrazione degli italiani. È interessante notare come, in queste strategie argomentative, l'oggettività legata ai calcoli e alle grandezze matematiche riverbera impropriamente anche sui contenuti del problema, donando loro una sorta di falsa (o comunque inverificabile) patente di esattezza.
Oltre ai problemi, anche semplici numeri possono subire accentuazioni particolari. Se sessant'anni fa si fosse nominato il numero 1746 ad un ragazzo italiano, egli l'avrebbe immediatamente associato all'aneddoto eroico del "balilla" (il bambino che, in quell'anno, la mitologia risorgimentale e poi fascista racconta avesse lanciato il sasso che diede il via ad un moto di rivolta dei genovesi contro gli Austriaci). Esistono numeri che entrano nella memoria collettiva perché associati ad eventi significativi ( non importa se reali o mitici) e capaci di evocarli immediatamente alla mente: sono numeri "più pesanti" degli altri. Nelle pagine dei sussidiari del Ventennio se ne trovano tantissimi. Non si tratta solo di date emblematiche (ad esempio "28 ottobre", giorno della marcia su Roma), ma anche di quantità (600.000 era l'arrotondamento condiviso dei caduti italiani nella grande guerra) o ancora numeri anonimi che venivano elevati ad un ruolo quasi sacrale perché contingentemente si associavano ad "imprese" del regime. Ad esempio, il numero di "mitragliatrici catturate al nemico durante la vittoriosa guerra italo-etiopica" o quello dei "figli della lupa tesserati nell' anno XVIII". Proponendo ad uno scolaro di oggi il numero 1746, non avremmo risposta. Ogni epoca ha i propri numeri parlanti: quali sono quelli che parlano alle attuali generazioni? Che cosa dicono? Lo dicono anche attraverso le pagine dei sussidiari dedicate alla Matematica? Forse il senso di ogni lavoro storiografico è proprio questo: studiare il passato, per formulare meglio le domande al presente.

 

Note

1 Questa parziale autonomia deve comunque essere letta all'interno della periodizzazione sintetizzata da Enzo Collotti, Fascismo, fascismi, Firenze, Sansoni, 1989.


2 Nei programmi del 1923 e del 1934 troviamo l'indica­zione "aritmetica" che si riferisce a tutta la materia, com­presa la geometria; questa intitolazione si trascinava, ov­viamente, anche nei titoli e nella partizione dei sussidiari. In questo scritto invece, quando non citiamo esplicitamen ­te, usiamo il termine "matematica" per riferirci sia ad arit­metica che a geometria, secondo l'uso odierno.


3 Alberto Geremicca, discorso alla Camera dei Deputati, 28 febbraio 1928, cit. in G. Biondi e F. Imberciadori, ... Voi siete la primavera d'Italia... L'ideologia fascista nel mon­ do della scuola 1925-1943, Torino, Paravia, 1982, p. 102.


4 G. Sommadossi, Il fascio. Nuovissimo sussidiario Bemporad, Classe V A , Aritmetica, Firenze, Bemporad, 1928, p. 100.


5 La geometria, come accenniamo in alcuni esempi, fu an ­ch'essa coinvolta nel processo di trasmissione ideologica; tuttavia l'intervento più ingente riguardò l'aritmetica.

 

 

Bibliografia essenziale

G. Bertone, I figli d'Italia di chiaman balilla. Come e cosa insegnava la scuola fascista, Rimini-Firenze, Guaraldi, 1975.

G. Biondi e F. Imberciadori, ... Voi siete la primavera d'Italia... L'ideologia fascista nel mondo della scuola 1925-1943, Torino, Paravia, 1982.

J. Charnitzky, Fascismo e scuola. La politica scolastica del regime (1922-1943), Firenze, La Nuova Italia, 1996.

E. Collotti, Nazismo e società tedesca 1933-1945, Torino, Loescher, 1982.

B. D'Amore, Problemi, Milano, Franco Angeli, 1993.

P. Nastasi, Il contesto istituzionale, in La matematica italiana dopo l'Unità. Gli anni tra le due guerre mondiali, Milano, Marcos y Marcos, 1998, pp. 817-935.