Scienza e fede

Ricordate le polemiche di qualche mese fa sull'invito di papa Ratzinger a "La Sapienza" di Roma? Torna sull'episodio Ciro Ciliberto che esprime dubbi sulla trasparenza degli organi di governo del mondo accademico. Ma anche sull'opportunità delle scelte di certi colleghi: come si fa a continuare a tirare in ballo, non sempre a proposito, Galileo, tralasciando temi più scottanti e concreti! Infine, per dialogare, occorre essere in due. Altrimenti, non è un dialogo ma una predica.

Chi si occupa di scienza, ed è nel contempo sensibile a temi etici e politici, ha avuto non molti mesi fa pane per i suoi denti con il divampare del dibattito sull'invito al papa a partecipare all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Roma "La Sapienza". Un dibattito che, come spesso capita qui da noi, si accende come un fuocherello, divampa con gran deflagrare di fiamme e poi, così com'è sorto, si spegne, lasciando apparentemente poche tracce ed esiti difficili da decifrare.

All'epoca mi chiesi se non fosse il caso che Lettera Matematica. PRISTEM cogliesse l'occasione, per dare spazio ad un'ampia discussione, non tanto sull'argomento in sé -al quale in fin dei conti ci può appassionare, solo fino ad un certo punto- ma piuttosto sui temi caldi che sono dietro alla questione. E cioè sul rapporto tra scienza e fede e sull'intreccio di queste due categorie con l'informazione e la politica. Nell'annuale incontro degli amici del PRISTEM (tenutosi a Portobuffolè dal 22 al 24 Febbraio 2005), sugli stessi argomenti è intervenuto Orlando Franceschelli, io vorrei riprendere la questione, non con l'intenzione di prefigurare impensabili soluzioni quanto piuttosto con la speranza di gettare qualche seme per un dibattito che voglio augurarmi ampio, su queste pagine o altrove.

Ci sono vari modi per sollecitare un dibattito. Uno, ultimamente assai in voga nel nostro Paese, è quello di ricorrere a grossolane provocazioni spesso senza né capo né coda da un punto dì vista logico e senza alcun vero legame con la realtà, ma che esigano -da parte di chi ne è oggetto- una "risposta franca e immediata", che di solito vuol dire una serie di insulti altrettanto grossolani e sconclusionati. Ecco, vorrei proprio cercare di evitare questo approccio.

Quel che, in verità, mi ha lasciato stupito riguardo alla vicenda della Sapienza, è stato proprio il susseguirsi di interventi per lo più di questo genere. Non che non so ne siano registrati di seri, ponderati ed equilibrati, ma questi ultimi sono stati per lo più sovrastati dai primi. II che, mi pare, pone in evidenza un'incapacità diffusa della nostra società, di affrontare in modo pacato e costruttivo temi delicati quali quelli di cui stiamo parlando. Riassumo, giusto per farne un punto di partenza possibilmente condiviso, i fatti:

  • il Rettore della Sapienza, insieme al Senato Accademico unanime, invita il 23 ottobre 2007 il papa a partecipare all'inaugurazione dell'anno accademico prevista per il 17 gennaio 2005;
  • il papa accetta l'invito;
  • il 14 novembre 2007 il fisico Marcello Cini scrive una lettera di protesta al Rettore esprimendo totale disaccordo sull'iniziativa, motivato da giudizi negativi su posizioni espresse dal papa in merito ai rapporti tra scienza e fede (la lettera si può leggere sul sito
    http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=5852
    di Aprileonline [aggiornato all'11 Maggio 2008]);
  • il 14 gennaio 2005 una settantina di docenti della Sapienza, riprendendo le critiche di Cini e facendo anche riferimento ad un'affermazione di Feyerabend su Galileo, citata dal papa in un suo discorso del 1990, protesta per iscritto contro l'invito; alla protesta si accodano alcuni gruppi di studenti (la lettera si può leggere sul sito
    http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/esteri/benedettoxvi
    18/testo-della-lettera/testo-della-lettera.html

    de La Repubblica [aggiornato all'11 Maggio 2005]);
  • su tale protesta si scatena un acceso dibattito, seguito da un putiferio mediatico che vede varie prese di posizione (contrarie agli intellettuali) di molti politici di destra ma anche di sinistra: in difesa della visita del papa scendono in campo vari gruppi politici, religiosi e di opinione;
  • a seguito di tale putiferio e della risonanza che ha avuto sui mezzi di comunicazione di massa, ed adducendo motivi di ordine pubblico, il papa rinuncia alla visita. Alla settimanale udienza generale in Vaticano, cori da stadio sottolineano la "solidarietà" dei fedeli al pontefice. II cardinale Ruini chiama a raccolta i fedeli per domenica 20 gennaio in Piazza San Pietro, per ribadire tale solidarietà (si vedano, ad esempio, le pagine web http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/esteri/benedettoxvi-
    19/benedettoxvi-19/ benedettoxvi-19.html

    e
    http://www.repubblica.it/2008/01/sezioni/esteri/benedettoxvi-
    19/papa-napolitano-ruini/papa-napolitano-rui ni.html

    ancora de La Repubblica [aggiornate all'11 Maggio 2008]); la sinistra viene accusata di intolleranza e radicalismo, per aver impedito al papa di parlare;
  • il putiferio va avanti per qualche giorno. Poi di colpo, come è sorto, cessa.

Su ciascuno di questi eventi ci potrebbe essere molto da commentare. Cosa che non farò, limitandomi a saltare da un punto ad un altro o cercando soltanto di sollevare alcune questioni su cui mi piacerebbe ascoltare pareri. Comincio con il guardare in casa mia, cioè all'interno del mondo accademico, facendo in proposito qualche riflessione non proprio entusiasta.

Per prima cosa, mi chiedo: è mai possibile che il Rettore della Sapienza e i membri del Senato Accademico non abbiano sentito il bisogno di ascoltare il parere dei colleghi che rappresentano, prima di prendere, la loro delicata decisione? O, per lo meno, non abbiano mai avvertito preventivamente i loro colleghi dell'invito che sarebbe stato rivolto al papa? A giudicare da come si sono svolte le cose, sembra che all'interno di quell'Ateneo l'informazione e il dibattito, e dunque la creazione di un vero consenso, siano stati molto carenti. Ma allora, non sarà per caso che gli organismi accademici, e non solo quelli della Sapienza, non curano quella trasparenza delle decisioni che, almeno in un'istituzione relativamente piccola come un'Università, ci si auspica che vi sia? Probabilmente, purtroppo, le cose stanno proprio così. Il che forse non meraviglia chi nell'Università ci vive e lavora da tanto. Ma questa mancanza d'informazione e di un serio dibattito su scelte d'interesse comune non smette dì sorprendere. In negativo, s'intende. Potrebbe perfino darsi che sia proprio questo incondiviso verticismo a produrre reazioni di protesta di alcune parti del corpo accademico, in presenza di decisioni che appaiono immotivate e soprattutto impossibili da discutere serenamente nelle sedi opportune.

Mi piacerebbe saltare a piè pari Galileo. Ma proprio non posso. Già mi pare bizzarro che la Chiesa continui a strologare sulla vicenda. Ma dopotutto sono affari suoi -della Chiesa, voglio dire- nei quali sono l'ultimo a voler entrare. Trovo però addirittura incredibile che alcuni scienziati, oggi, tirino ancora in ballo una storia, per quanto sofferta, di quattrocento anni fa, epoca nella quale peraltro gli esseri umani finivano al rogo quasi tanto spesso quanto i pollastri. E tutto ciò non per sollecitare il pubblico a leggere, di Galileo, le pagine ricche non solo di profonde idee scientifiche ma anche di veri e propri capolavori letterari. Ma solo per far polemiche. Come se non avessimo altri e ben più attuali e concreti motivi per farne. O non sarà che tiriamo in ballo Galileo per non parlare di temi più scottanti e scomodi su cui anche tra gli scienziati le idee non sono affatto uniformi? Insomma, io una lettera di solidarietà ai colleghi della Sapienza firmatari della protesta l'ho sottoscritta soprattutto perché non credo sia giusto che uno, per una propria opinione, venga ricoperto di improperi e messo alla gogna. Ma, cari amici, Galileo è vissuto quattrocento anni fa; gli dobbiamo tanto; ora, però, guardiamo finalmente al presente e parliamo dei temi in discussione oggi! Come probabilmente avrebbe fatto lui. E questa sforzo di concretezza è forse il tributo migliore che gli possiamo offrire.

A proposito del fatidico invito, da parte di alcuni ci si è strappate, le vesti vedendo in esso un'abdicazione alla laicità e all'indipendenza dell'istituzione universitaria. Mi chiedo: questi principi d'indipendenza sono davvero oggi in discussione? Non vorrei sembrare affetto da bolso ottimismo ma vorrei sperare che essi siano invece ampiamente condivisi e consolidati. D'altra parte, se così non fosse, non sarebbe a causa di un attentato perpetrato da forze esterne all'ambiente scientifico o accademico ma per resistenze e punti di vista reazionari presenti purtroppo all'interno di questo stesso mondo.

A tal proposito, mi permetto di aprire una piccola parentesi e di raccontare una favola che potrebbe anche essere una barzelletta (dipende dai punti di vista). Ha per ambiente un'Università immaginaria ma simile, in modo inquietante, a quella in cui lavoro da anni. Si racconta che questo immaginario Ateneo annoverasse al suo interno, all'epoca in cui si svolse la storia di cui parlo, molte simpatie per le gerarchie vaticane, tanto da aver accolto più volte sul suo vasto territorio alcune oceaniche adunate religiose. Si narra che, in quell'Università, non vi fosse una sede degna di questo nome per la Facoltà (guarda caso) di Scienze, ma facesse bella mostra di sé una ricca cappella universitaria. All'indomani di una vicenda analoga a quella di cui abbiamo parlato riguardo alla Sapienza, si dice che sulla prima pagina del sito web dell'im maginaria Università apparve una petizione per una raccolta di firme di solidarietà al papa e al contempo di dura condanna per i reprobi protestatari. La cosa sembrò inaudita ad alcuni docenti di quell'Ateneo (da favola): chi aveva autorizzato l'uso della pagina web per uno scopo così smaccatamente "di parte"? Scrissero allora al Rettore, chiedendogli chiarimenti. Nessuna risposta! Unico segno di riscontro, con la furbizia tipica di certi posti dove si svolgono le favole o le barzellette: la petizione passò immediatamente dalla prima alla meno appariscente seconda pagina del sito. Fine del raccontino.

Pensiamo davvero che questo episodio (immaginario) sia da attribuire ad ingerenze e tentativi di conculcare la libertà della scienza? lo propenderei piuttosto per riguardarlo come segno di una non richiesta sudditanza a certi poteri non solo clericali, ma anche politici, e come riflesso d'interessi accademici solo in parte intuibili. Con questi forse potrebbe essere il caso di prendersela, non con il papa al quale molto probabilmente di petizioni a suo favore non importa gran che.

D'altra parte, nello scorso settembre, e dunque a non grande distanza dall'invito al papa e dal suo conseguente "gran rifiuto", si era registrato un singolare consimile episodio dal quale avremmo potuto e forse dovuto trarre qualche esempio. L'ineffabile presidente della repubblica iraniana Ahmadinejad si era recato a New York per parlare all'assemblea generale dell'ONU. Alcuni docenti della Co lumbia University pensarono bene, di invitarlo nel loro Ateneo per cercare di capire con che razza di personaggio il mondo occidentale avesse a che fare. Mi pare, dal punto di vista scientifico, una cosa ineccepibile: lo scienziato, in ossequio appunto ai dettami di Galileo, sperimenta perfino la strada del dialogo e del civile confronto con un soggetto particolare come Ahmadinejad. Per la verità, anche questo invito non andò esente da accese critiche da parte di chi contesta il regime iraniano, il quale è senza dubbio (a mio avviso) un bell'esempio da non seguire di commistione tra fede e politica. I contestatori temevano una legittimazione vista come implicita nell'invito. Fatto sta che Bollinger, il Presidente della Columbia, non cancellò l'incontro. Anzi, vi si recò e attacco duramente Ahmadinejad, criticandone diffusamente nel merito le posizioni. Tanto che il Presidente iraniano accusò il colpo parlando, nella sua replica, di veri e propri insulti a lui diretti. Tuttavia il tanto vilipeso personaggio non si sottrasse alla tenzone, non abbandonò sdegnato l'incontro, bensì rispose. Il confronto pare sia stato duro ma civile e alla fine tutti se ne tornarono a casa ben convinti della giustezza delle loro posizioni di partenza. Il che è probabilmente inevitabile: convinzioni che si cambiano in un paio d'ore di chiacchiere forse non sono degne di questo nome. È però possibile che tanto i colleghi della Columbia, quanto –mi piace pensarlo- il Presidente iraniano abbiano tratto dall'incontro almeno la convinzione di trovarsi di fronte degli esseri umani con cui scontrarsi e non dei simboli da distruggere. Insomma, secondo la nostra tradizione, le Università debbono essere luogo di incontro e di confronto di idee e tesi: chi non crede a questa loro cruciale funzione forse più spesso di altri dovrebbe essere invitato al dialogo, anche su posizioni radicalmente diverse dalle nostre. S'intende che, per dialogare, occorre essere in due. Altrimenti non di dialogo si parla, bensì di predica. Anche la predica può avere un senso, ma nelle sedi e nelle ricorrenze opportune. Ad esempio, nell'Università della nostra favola, la cappella c'è e pure alla Sapienza mi pare ci sia. Lì, messa e predica ci stanno benissimo anche in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico. Perché no?

Tra gli aspetti più impressionanti della vicenda ci sono stati, a mio avviso, una grossolana disinformazione mediatica e una subdola manipolazione politica. Che la protesta diretta al loro Rettore da parte di una settantina di docenti e di qualche gruppo di studenti venga fatta passare per un tentativo, ben riuscito, della sinistra dì cucire la bocca al papa è cosa così ridicola da non aver bisogno di commenti. Che alcuni politici si siano scagliati su questi docenti, chiedendone addirittura il licenziamento oppure il bando da importanti e meritate cariche pubbliche, è cosa che preoccupa di più. E non solo, o non tanto, per i pericoli di svolte autoritarie nelle quali (forse sbagliando) credo poco, ma per il trasudare di un acido, intollerante disprezzo per la scienza e la cultura che alcuni esponenti della nostra classe politica, purtroppo senza distinzione di colore, non perdono occasione di esibire. Il fenomeno ha radici antiche: un facile populismo, tradizionalmente caro a certi nostri politici, mal si sposa con l'amore, o anche solo con il rispetto per scienza e cultura. Ricordo la frase "intellettuale, ogni scherzo vale" di craxiana memoria. Poiché, però credo che, in un sistema, democratico, la classe politica rispecchi ed esprima in buona sostanza il sentimento popolare, mi chiedo se questo sprezzo non venga dal basso ed evidenzi dunque una distanza troppo marcata tra scienza e società civile, tra cultura e popolo. Se così fosse, ci sarebbe davvero da stare in guardia e soprattutto da rimboccarsi le maniche ed elaborare strategie per uscire da eventuali vicoli ciechi in cui ci siamo, o siamo stati, cacciati. Dubito che parlare di Galileo aiuti a guadagnarsi le simpatie della gente. Parlare invece di come la scienza e la cultura moderne, figlie di Galileo, risolvano i problemi quotidiani restituendo molto dì più del poco, pochissimo, che questo nostro Paese in loro investe, forse è una strada più sensata.

Alla fine della vicenda, resta in ogni caso l'amaro in bocca per un'occasione almeno finora persa. Di tutto si è parlato, fuorché di temi che veramente dovrebbero stare a cuore agli scienziati e a chi riflette seriamente su temi etici. Insomma, tutto quanto sopra è folklore. Quali sono invece i problemi veri su cui oggi si dipanano i conflitti tra scienza e fede, tra scienza e morale, non necessariamente religiosa? In che cosa effettivamente consiste la libertà della ricerca e del pensiero creativo nel nostro mondo globalizzato, in cui anche la spesa al mercatino rionale è condizionata dal grande capitale attraverso una pubblicità martellante che impone modelli di vita più che singoli prodotti? In che modo un confronto costruttivo e una conciliazione possono avvenire su questi argomenti, anche partendo da posizioni distanti?

Probabilmente i temi cruciali più appariscenti sono oggi quelli della bioetica ed è strano che su di essi la qualità del confronto, fatte salve le debite eccezioni, sia a mio avviso modesta, vuoi per mancanza di informazione vuoi per intolleranza riguardo alle po sizioni altrui. Del confronto, ed eventualmente dello scontro democratico, su temi sensibili non bisogna aver timore in una, democrazia avanzata, anzi occorre farne campo per migliorare l'informazione, e la cultura. Il punto dì partenza è in ogni caso il riconoscimento della dignità delle opinioni altrui, purché queste rimangano all'interno dei confini per noi sanciti dalla carta costituzionale. Riconoscimento che -giova precisarlo- non vuol dire affatto accettazione supina delle posizioni degli interlocutori, ma avvio di un serio dibattito.

Non meno importanti per la società sono i temi dello sviluppo sostenibile e dell'energia, dell'impatto ecologico delle scoperte scientifiche e delle scelte sugli investimenti per la ricerca. Un esempio: è giusto che il mondo occidentale investa poco o nulla nello studio di malattie come la malaria che in vaste zone del pianeta sono la prima causa di morte e sono contratte, da circa il 90% della popolazione? E ciò solo perché il problema non ci riguarda o eventuali scoperte ci renderebbero poco? In questi settori i risvolti etici di scelte economiche e sociali sono fondamentali o su queste questioni vi possono essere delle inaspettate, convergenze tra posizioni altrimenti assai distanti.

Vorrei infine porre l'accento su un aspetto cui di solito si dà poca rilevanza in questo contesto. C'è tanta scienza -in prima linea la Matematica- che condiziona in modo assai rilevante la nostra vita quotidiana e su cui la gente sa poco o nulla. Dal medico, per fortuna, capita ai più di andare di rado. La Matematica la usiamo invece ogni giorno e sempre di più: si pensi alle applicazioni della crittografia, della teoria dei codici, del calcolo simbolico, che sono entrate a far parte della nostra vita quotidiana. Per non parlare di recenti applicazioni di certa Matematica assai astratta alla ricerca in Biologia molecolare (argomenti di cui pure si è parlato a Portobuffolè). Insomma, ogni volta che paghiamo con una carta di credito, che usiamo il telefono cellulare o internet, che guardiamo la televisione satellitare o ascoltiamo un CD, ricorriamo a scienza che la maggioranza delle persone ritiene assai lontana da sé, magari inutile e comunque eticamente indifferente, a differenza di altra - come appunto la Medicina- ritenuta più reale e concreta. Non è così. Una maggiore informazione scientifica è molto importante per portare la gente a più stretto contatto con la realtà o per far apprezzare l'impatto profondo che scienza e cultura hanno sulla nostra vita, sui nostri comportamenti, sul nostro modo di pensare, perfino sui nostri sentimenti. Tutto ciò è compito dogli scienziati comunicarlo.

Il nostro ruolo, al di là delle fedi politiche o religiose, è anche quello di fornire una onesta e corretta informazione scientifica. La mancanza di quest'ultima o una sua presenza distorta, basata su affermazioni apodittiche e su posizioni di supponente autoreferenzialità, possono portare a malintesi ed equivoci alla luce dei quali si può leggere quella distanza tra scienza e opinione pubblica cui ho fatto cenno dianzi.