Les enfants terribles

 

Il n. 23-24 di PRISTEM/Storia - Note di Matematica, Storia, Cultura è stato dedicato alla figura di Leonardo Sinisgalli (1908-1981),
fondatore, tra l'altro, e direttore dal '53 al '58 de "La Civiltà delle Macchine".

E' proprio in un articolo comparso in quegli anni su questa rivista con il titolo "Les enfants terribles", che la moglie, Giorgia de Cousandier, traccia un ritratto insolito dei "ragazzi di via Panisperna". I suoi ricordi fotografano Fermi, Rasetti, Pontecorvo ecc. nei loro anni giovanili, visti da una ragazza che li frequentava nei momenti di svago e durante le gite domenicali.

Al ritorno da Vejo, quella domenica, decidemmo di andare a prendere il tè a casa di Renata Jesi. Ci sedemmo intorno alla tavola da pranzo dove le tazze, la teiera, i pasticcini furono presto preparati. Enrico Fermi era seduto un poco di traverso, quasi al centro, e intorno ai suoi giovanissimi colleghi ed amici. C'erano: Emilio Segrè, Franco Rasetti, Oscar D'Agostino, Bruno Pontecorvo, Adriana Enriques, Maria Fermi, la moglie di Tullio Levi Civita, la sorella Cornelia Trevisani, Tartaro, Giovanni Enriques e “il fanciulletto sciocco” tutto roseo e implume: Edoardo Amaldi. Enriques, “Giove”, come lo chiamavamo noi, non si decideva mai a sedersi (lo ricordo quasi sempre in piedi), impaziente di mettere un disco e di fare un ballo. Quando il tè era già versato lo chiamammo e, stringendoci, gli facemmo un po' di posto tra noi ragazze.

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Pontecorvo (a destra) e Zanchi nel 1935

 

Ad un tratto Fermi accostò la sedia alla tavola e cominciò lentamente a rimuginare con il cucchiaino d'argento il fondo della tazza. “Strano”, disse con quella sua cadenza leggermente toscaneggiante e lenta, un po' nasale, “chissa perché le foglioline vanno sempre verso il centro...”. Stava curvo e assorto, col capo in avanti, i capelli già radi benché avesse soltanto 27 anni, la grande fronte spaziosa. I “ragazzi della Scuola di Fisica di via Panisperna” si protesero verso le proprie tazze. La dissertazione sulle foglioline durò tutto il tempo della nostra sosta in casa di Renata, e come tante altre domeniche, noi ragazze dovemmo rinunciare a muovere, al suono di un disco, le nostre gambe irrequiete. Neppure Amaldi, il più giovane, riuscì ad esibirsi in una delle sue danze russe. Credo si fossero completamente dimenticati di noi, come accadeva spessissimo. “Pure”, mi ha detto Renata, “quel giorno tu eri un amore con quel vestito di velluto nero e le marrozzelle bionde... Che cosa lesse mai il grande fisico in quell'acquerugiola giallastra su cui galleggiavano, al centro, le foglioline scure del tè”. Era allora per noi incomprensibile come si potesse tanto a lungo soffermarsi su una circostanza fortuita che a noi sembrava ovvia. Solo molto più tardi, una volta cresciute, capimmo che c'erano stati due periodi storici per leggere in fondo a una tazza di tè: quello poetico di Marcel Proust, quando v'intingeva les madeleines della nonna, e quello analitico di Enrico Fermi, che certo aveva dovuto leggervi il principio di una legge fisica. A quell'epoca Fermi aveva vinto la cattedra di Fisica Teorica, istituita per lui, presso la Facoltà di Scienze di Roma, per iniziativa di Orso Mario Corbino che vedeva nel discepolo il suo successore nella direzione dell' Istituto. “Quel giovane verrà qui, perché di Fisica ne sa più di me”, aveva esclamato tre anni prima, additandolo ai suoi assistenti. I collaboratori di Fermi e giovanissimi amici lo chiamavano “il Papa”, ne subivano il fascino, lo ascoltavano attentissimi, senza perdere una sillaba. Era sempre gentile, mite e sorridente e non faceva certo pesare la sua superiorità. Il suo parlare lento, la trascinata e pacata eloquenza, si era trasmessa a tutti. Infatti quei ragazzi, quasi senza rendersene conto, parlavano come “il Papa”. Ci è rimasta l'eco di quelle voci, così simili tra loro, indimenticabile. Legate da una amicizia d'infanzia con alcuni di loro, noi giovanette ci eravamo improvvisamente trovate a vivere nell'orbita di un clan, che era assolutamente al di sopra della nostra formazione intellettuale e spirituale di allora. Tuttavia la nostra presenza era ormai un fatto quasi automatico per quei ragazzi che non sapevano scherzare, che non avevano quasi gioventù, assorti nei loro studi severi e nelle loro ricerche di laboratorio. Dal canto nostro li trovavamo noiosi; e ci domandavamo a volte perché ci ostinassimo a frequentarli, a trascorrere molte domeniche con loro, tanto goffi da non saperci nemmeno fare la corte o un complimento. Andavamo spesso in montagna insieme perché l'unica cosa che condividevamo sinceramente era la passione per la montagna e per lo sci. Le nostre mete invernali non erano molto remote da Roma. Quasi sempre sull'Abruzzo. L'alpinista più appassionato era Franco Rasetti, favoloso ai nostri occhi per le sue leggendarie scalate sulle montagne del Caucaso, su quelle rocciose del Canada, sulla catena delle Ande. Conosceva le Alpi, passo per passo. Aveva trasmessa a Fermi la sua passione di alpinista, quando si incontrarono giovanissimi a Pisa e facevano escursioni sulle Alpi Apuane. Per Rasetti quei viaggi in terre così remote avevano avuto anche un significato scientifico, poiché oltre ad essere un fisico, era un appassionato entomologo e vi andava a studiare e a collezionare i coleotteri. Rasetti era di una cultura enciclopedica, eccezionale, aveva letto tutto lo scibile, invidiava la nostra ignoranza perché, rammaricandosene, affermava di “non sapere più che cosa leggere”. Dotato di una memoria prodigiosa ricordava perfino i numeri dei treni e delle locomotive che aveva preso durante la sua vita. Viveva con la madre, che non lasciava quasi mai, tuttora vivente, benché abbia superato gli 85 anni, agile e vivissima. Tanto dedicato agli studi che credo non avesse avuto mai il tempo d'innamorarsi di una ragazza. Gli amici dicevano di lui che era un grande egoista, traendo questa loro cattiva affermazione da una gita memorabile nella Val d'Aosta. Avevano fatto una lunghissima escursione e i cibi si erano esauriti del tutto. Quei ragazzi avevano fame e si lamentavano di dover ultimare l'escursione a stomaco vuoto. (Chi è stato in montagna sa cosa significhi la solidarietà, e come si divida il cibo e la borraccia). Finalmente, raggiunta la meta, Rasetti estrasse dal suo sacco un uovo e se lo mangiò avidamente dinnanzi ai loro occhi esterrefatti. Non gli perdonarono più quell'uovo sodo e ne parlavano, rimproverandolo, a distanza di anni.

 

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Fermi e Sommerfeld

Credo che tuttora il grande professore Franco Rasetti, insegnante di Fisica all'Università di Baltimora (finalmente innamorato e sposato da tre anni a una divorziata americana), debba ricordare con onta e rimorso la storia dell'uovo celato ai compagni. I ragazzi di via Panisperna erano stati quasi tutti in Germania a perfezionare gli studi e il tedesco. Il primo a partire fu Fermi che nel 1922, subito dopo la laurea, riuscito primo nei concorsi ai posti di perfezionamento, si recò a Söttingen nell'ambiente di Max Born, dove conobbe ed ebbe i primi contatti con W. Heisemberg e Pauli, oggi celeberrimi anch'essi. Emilio Segrè ci aveva lasciato un'estate, a Tivoli (dove la famiglia aveva il maggiore complesso di cartiere), per recarsi ad Amburgo. Quando tornò era completamente trasformato: tedeschizzato, con occhiali spessi di tartaruga sui suoi occhi verdi, i capelli cortissimi, e sotto il braccio un'edizione originale di Tristano e Isotta. Forse proprio a causa del suo interessamento per Isotta, sembrò notare per la prima volta le mie trecce bionde. Le sue assenze nel Nord Europa divennero assidue, andò ad Amsterdam e ci fu un periodo che ai nostri occhi apparve quasi un'era. Al ritorno da uno dei suoi viaggi improvvisamente si ammalò. Non potevamo vederlo. Eravamo state escluse e, in seno alla sua famiglia, imperava un gran mistero sul tipo della malattia. Fu uno dei suoi cugini, Riccardo Rimini (oggi illustre chirurgo nel Sud America) che perfidamente ci raccontò tutto: Emilio aveva contratto il morbillo a ventiquattro anni e se ne vergognava. Per un puro caso la scuola di via Panisperna non fu tutta contagiata. Scoperto il mistero della malattia di Emilio, potemmo rivederlo convalescente. Aveva cambiato pelle ma gli erano rimaste le efelidi sul volto. Non poté tenderci la mano perché si stava squamando. Emilio ci prestava i suoi libri: I grandi iniziati e I Profeti del Rinascimento, di Schuré, ma quanto a quelli da lui prediletti non ce ne reputava degne, perché i suoi libri de chevet erano l'Ariosto e i poemi epici in genere.

Nell'autunno e nell'inverno ripresero le nostre gite domenicali e al ritorno, quasi invariabilmente, andavamo a casa del'uno o dell'altro. Speravamo sempre, dopo la gita, di divertirci, di ballare e di ridere un po'. Qualche volta ci riuscivamo con la complicità di Enriques e di Tartaro entrambi bellissimi giovani e nostri complici, ma c'era sempre un'aria greve, e le battute di spirito ingenue degli altri ci lasciavano indifferenti.

Una domenica eravamo andati a Cerveteri (i fisici prediligevano l'arte etrusca) per visitare le tombe. Furono tutti d'accordo che quelle tombe erano davvero abitazioni confortevoli. Al ritorno ci recammo in casa del professor Tullio Levi Civita dove ci attendeva una piccola sorpresa. Il libro di Cosima di Grazia Deledda a cui era stato assegnato il Premio Nobel in quei giorni. Dopo il consueto tè facemmo cerchio intorno a Fermi che cominciò a leggere la storia del muflone: “Non c'è animale più dolce del muflone, che è una specie di capra selvatica, ma più bello e agile della capra; e assolutamente umano. I cacciatori che lo prendono, e vengono molto di lontano per questo, sono più crudeli del più selvatico di essi. Una volta, dunque, uno di questi buoni animali, spinto dalla fame, scende fino all'ultima casa del paese e vi si aggirò intorno tutta la notte. Ora dovete sapere che in quella casa viveva una fanciulla il cui fidanzato, ricco pastore di pecore, era un mese avanti partito per i pascoli del sud: ma durante il viaggio si era ammalato di polmonite, e adesso giaceva in un paese lontano, mentre i suoi servi continuavano il viaggio col gregge. Il dolore più grave opprimeva la ragazza: avrebbe voluto raggiungere il fidanzato, ma i genitori non lo permettevano”. “È un po' ingenuamente favolistica questa prosa», interruppe Bruno Pontecorvo. Fermi con l'indice teso sulla pagina proseguì: “Sentì dunque un lieve fruscio che il muflone destava intorno alla casa. Sulle prime si spaventò, credendo fossero i ladri; poi pensò che forse il fidanzato era morto e il suo spirito, ritornato nei luoghi della loro felicità, la cercasse. Allora si alzò e aprì la finestra. La notte era fredda, ma serena e senza neve. La luna illuminava la china del monte, che scendeva fino alla casa e in quel chiarore la ragazza vide il muflone, che frugava in qua e in là in cerca di cibo: era una graziosa bestia col pelo color rame, lucidato dal freddo, gli occhi grandi e dolci scintillanti alla luna. Ella pensò: è certamente il suo spirito, che ha preso questa forma e viene a salutarmi prima di andarsene all'altro mondo. Scese al pianterreno e socchiuse la porta: la bestia però fuggì...”. II racconto di Grazia Deledda veniva letto lentamente e con voce bassa, noi eravamo attentissime. Ci raccontava come la ragazza divenne poi amica del muflone e lo attendeva tutte le notti come un innamorato, conservando gelosamente il segreto delle sue visite notturne. Quando il fidanzato tornò guarito, la ragazza gli raccontò tutto ed egli divenne geloso e il muflone non scese più dalla montagna. La fanciulla si sposò e quando una notte d'inverno lo sposo dovette ripartire con le greggia, i servi e i cani, “sentì battere le corna alla porta e scese ad aprire col cuore che le pulsava come per un appuntamento clandestino... ”. Quando a Natale tornò lo sposo, il muflone scomparve di nuovo. “Allora un senso di superstizione prese la giovane donna. Sì, certo il muflone doveva avere qualcosa di umano: dimostrava troppa intelligenza per essere solamente un animale selvatico”. Ma la ragazza temeva che lo avessero ucciso. Intanto nel paese si cominciò a mormorare che la giovane sposa in assenza del marito, ogni notte, apriva la porta ad un uomo misterioso, venuto da lontano. Ancora una volta il marito partì per la montagna ed ecco il muflone apparire di nuovo e la ragazza fargli gran festa. Fu tentata di tenerlo con sé, in casa, per sempre, ma ebbe timore e si decise di farlo ripartire. Appena il muflone varcò la soglia, la ragazza udì un colpo di fucile. Corse fuori e trovò sulla neve uccisa la povera bestia con gli occhi spalancati che brillavano di dolore. Lo seppellì con le sue mani e pianse tutta notte. “Quando le nevi si sciolsero e fu ritrovata la spoglia del muflone lo si credette morto di fame e di assideramento. Non se ne parlò più; neppure con il marito, quando egli fu di ritorno; ma una cosa terribile era accaduta. In settembre nacque alla giovine sposa un bambino: era bello, coi capelli color del rame e gli occhi grandi e dolci come quelli del muflone: ma era sordomuto”. Fermi tacque commosso. I giovani fisici della scuola di via Panisperna quella domenica approvarono unanimemente l'attribuzione del Premio Nobel a Grazia Deledda. Era troppo importante e ambito un Premio Nobel perché non avessero sentito la necessità di vagliare, di approfondire quell'opera. Esattamente dodici anni dopo, nel 1938, alla stessa epoca, toccava un simile attestato di gloria al giovane che quel pomeriggio aveva letto con voce commossa e stanca il racconto del muflone.

 

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Amaldi (da destra), Rasetti e Wick nel 1935

Del resto quel gruppo di giovanissimi genii s'interessava a quanto accadeva in ogni campo, non erano soltanto radicati nel mondo irreale della scienza astratta. Pur sembrando sempre leggermente vaghi, avevano per ogni cosa un interesse umano. Gli amici più vicini a noi, in un certo senso, erano Tartaro ed Enriques, addirittura garbatamente galanti, se così potevano definirsi in mezzo a quella mandria di orsi. Gli unici del resto che, pur essendo dotati di intelligenza eccezionale, nella vita non divennero degli scienziati. (Tartaro sposò una ragazza carina del nostro gruppo: Vera Valti e divenne ingegnere, mentre Giovanni Enriques è diventato industriale). La passione per la matematica del più grande geometra dell'epoca: il padre, professor Federico Enriques, era stata in un certo modo ereditata dalla figliola Adriana, professoressa di matematica e poi sposata a De Benedetti a Torino. Sbocciò in quell'epoca l'amore che doveva consacrarsi nel matrimonio, nel 1928, tra Fermi e Lana Capon, una graziosissima ragazza con un gran cespo di capelli ricci e bruni, figlia dell'Ammiraglio. Poiché la madre era molto severa, Lalla e le sue sorelle uscivano di rado. Enrico Fermi non poteva scegliere una compagna migliore perché Lalla era una ragazza straordinaria ed è stata una compagna impareggiabile benché affermi, tra il serio e il faceto: “Io non sono la moglie di Enrico, ma soltanto la concubina; la vera moglie è la Fisica”. Ebbero due figli, un maschio ed una femmina, Helly e Giulia. Quanto agli altri non scelsero nemmeno noi. Non proprio perché non lo volessero, ma perché durante quegli anni erano stati sempre indecisi, poco tempestivi e soprattutto timidi nei nostri riguardi. Non trovavano mai il momento giusto per palesarci un interesse più vivo della consueta amicizia. Noi ragazze li chiamavamo “i perfettini”; non sfuggiva mai loro una frase che non si fosse potuta ripetere davanti ad un collegio di suore e le loro lepidezze, delle quali sembravano divertirsi moltissimo, oggi sarebbero reputate addirittura di un'epoca sorpassata. Emilio Segrè ci raccontò un giorno la storiella che circolava tra le università e quella fu il culmine delle storie audaci udite da loro. “Il Professore Adolfo Venturi tiene un corso alla Sapienza di Storia dell'Arte con proiezioni e l'aula nella oscurità è sempre gremita di studenti e graziose sudentesse. Subito dopo la prolusione vengono tenute alcune conferenze da un illustre professore di filosofia che, viceversa, ha l'aula completamente deserta. Poiché egli si duole di questa differenza, qualcuno gli ha suggerito di corredare con proiezioni le sue conferenze filosofiche...”.

Sono stata giorni fa da Renata Jesi, oggi sposata ad un notissimo professore di psichiatria infantile: Giovanni Bollea, e devo alla sua gentile collaborazione se, attraverso la nostra chiacchierata, rivolta a quei tempi lontani, i ricordi sono affiorati spontanei. Renata era anche allora una ragazza preparatissima, intelligente, adorabile e per molto tempo e molto più a lungo di noi (anche

perché io e le altre ci sposammo prestissimo) rimase accanto ai fisici di via Panisperna. Negli ultimi anni, Emilio Segrè le fece, a suo modo, la corte. Nel cuore di Renata doveva essere accaduto qualcosa. Pensava con legittimo orgoglio di poter diventare sua moglie. Dopo un lungo viaggio ebbe modo di rincontrarlo a via Veneto, nell'Open Gate. Andò con trepidazione a quell'appuntamento. Emilio le disse: “Sai, ho deciso di sposarmi. Sposo Elfride, una profuga, una ragazza fortissima, proprio ciò che ci vuole per la mia esistenza”.

“Fai bene”, gli rispose semplicemente. Così nel 1936 ci furono le nozze di Emilio e il ricevimento all'Hotel de Russia. Renata non venne. Testimoni per lo sposo furono Tullio Levi Civita e Orso Mario Corbino. Fu una festa semplice. Il senatore Corbino era lieto come un ragazzo quel giorno e scherzò tutto il tempo. Lo rivedo sempre tanto piccolo di statura che, con la bombetta calcata sulla testa, non arrivava all'altezza del bar. Eccettuati Rasetti e Pontecorvo, quei. grandi scienziati erano tutti piccoli di statura (ma avevano sposato quasi tutte donne altissime), come se il genio preferisca dimorare in forme poco appariscenti. Il “fanciulletto sciocco”, oggi senza dubbio une dei più grandi fisici del mondo, e il primo indiscusso in Italia, Edoardo Amaldi, ha sposato una sua collega, Ginestra, che lo coadiuva nelle ricerche. Quei ragazzi che tutto conoscevano eccettuato il cuore di una donna (non gliene serbiamo però alcun rancore} avevano su di noi le idee più balzane.

Dicevano che Renata avrebbe dovuto sposare un diplomatico ed io un uomo tanto ricco da darmi una pelliccia di petit-gris, l'automobíle e un palco all'Opera. Ci definivano “quasi sciocche”.

Continuarono le ricerche nel Laboratorio di via Panisperna e un giorno, come ha scritto Fermi stesso: “il gruppo ebbe la fortuna di compiere una di quelle che si chiamano scoperte casuali”. Era accaduto che interponendo un po' di paraffina tra la sorgente e l'atomo da bombardare ottennero un effetto più grande del consueto. Aumentando la paraffina l'effetto si moltiplicava. Subito Fermi comprese che il fenomeno era determinato dal rallentamento che i neutroni subivano urtando con i protoni formanti i nuclei dell'idrogeno, contenuto nella paraffina in quantità considerevole. Dopo quella scoperta i ragazzi di via Panisperna vissero in uno stato di esaltazione, erano sgomenti, avevano quasi paura. Fecero partecipi della loro emozione perfino noi: “Sapeste che cosa sta accadendo!” ci dicevano. Dietro suggerimento di Corbino fu presentata la domanda di brevetto il 26 ottobre 1934, a nome di Enrico Fermi, Edoardo Amaldi, Oscar D'Agostino, Bruno Pontecorvo, Franco Rasetti e Giulio Trabacchi. L'attestato, portante il numero 324458 fu concesso il 2 febbraio 1935.

Questa data segna anche la fine della nostra giovinezza. A uno a uno, fatta eccezione di pochi, i ragazzi di via Panisperna andarono verso l'altra sponda dell'oceano. Sebbene lontani, le notizie della loro vita, delle loro scoperte seguitavano a pervenirci, poiché ormai l'attenzione del mondo era fissa su di loro. Dopo il lungo silenzio della guerra, arrivarono notizie anche tristi. Erano stati involontariamente i primi artefici della bomba atomica. Sapemmo che Franco Rasetti alla sua attuazione si era ribellato all' équipe , lui che era stato sempre unito e stretto a loro come in un grappolo, e che la bomba su Hiroshima aveva determinato una vera crisi di coscienza in Fermi, Segrè e gli altri, impotenti ad opporvisi. Poi la dolorosa storia di Bruno Pontecorvo (quanto remota l'epoca in cui ci recitava i versi di Tagore e di Confucio!), la sua fuga oltre cortina di ferro. Emilio insegnava all' Università di Berkley (San Francisco), Rasetti a Baltimora. Quando Fermi tornò in Italia rivide i suoi amici e andò a trovare “Giove” Enriques al complesso dell'industriale della Olivetti. A Roma c'era la sorella Maria, la cara, tenera sorella, unita a lui sempre, da quando un destino tragico aveva fatto perire in un incidente l'altro fratellino giovanetto: Giulio. L'incontro tra il fratello e la sorella fu molto patetico. A Maria apparve stanco e invecchiato. Gli domandò quanto tempo ancora si sarebbe trattenuto in Italia. “Una settimana, forse”. Maria gli disse: “Ma allora ci rivedremo!”. Le rispose: “Perché rivederci?”.