Il cervello del Paese

Copertina del libro - Matepristem

C. Bernardini

Il cervello del Paese

Mondadori, Milano, 2008

pp. 92; euro 8,00

 

Per certi versi, Carlo Bernardini è un "conservatore". Lo è quando inizia il suo pamphlet, ribadendo con testardaggine che "gli accademici costituiscono oggi una comunità, a carico della collettività, alla quale è richiesto soprattutto di occuparsi di tre problemi: della conservazione, trasmissione e produzione dei beni immateriali". Lo è quando non accetta la lezione di giovani (e meno giovani) economisti, colpiti sulla via di Damasco dal modello universitario americano: "il sistema americano, estremamente competitivo, offre le sue opportunità migliori a chi detiene i patrimoni più cospicui nel Paese; difficilmente si può dire che una tale pratica sia democratica (...). Per lo sviluppo di una democrazia completa è indispensabile la partecipazione paritaria di tutta la popolazione, il che implica che i più alti livelli culturali siano accessibili indipendentemente dall'eventualità di doverli pagare con quote di iscrizione differenziate a seconda della qualità didattica offerta".

Altro che mercato e libera concorrenza nel mondo universitario: "la cooperatività è una forma di altruismo che, partendo dall'individuo, ha un altissimo ritorno collettivo".

Bernardini è convinto che l'Università rimanga un valore e un pilastro di una società evoluta e, come tale, vada difesa contro generalizzazioni troppo facili che mirano solo allo scandalo. Un conto sono le Facoltà professionali (Medicina, Legge, Ingegneria, Economia), un altro le Facoltà umanistiche, un altro ancora le Facoltà scientifiche. Corruzioni, soprusi ed abusi, nel mondo universitario, esistono ma in modo differenziato nei diversi tipi di Facoltà. Il danno indotto da generalizzazioni troppo facili è grave e va contrastato. La difesa delle reputazioni accademiche deve però, in ogni modo, essere organizzata e non lasciata al caso. Certamente lo scandalo maggiore è costituito da quel "professore che non rispetta i suoi obblighi di docente, che non si assume responsabilità gestionali, che non va mai in Facoltà" e che ciò nonostante "è molto spesso tollerato con tacita comprensione delle sue evasioni".

Insomma, il problema principale dell'Università italiana è la sostanza. Non la forma. Ricorriamo pure al TAR - sembra dire Bernardini - per denunciare qualche irregolarità formale nei concorsi ma la colpa maggiore è di non saper ripetere, nella sostanza, percorsi intellettuali e organizzativi quali quelli di Orso Mario Corbino, Edoardo Amaldi, Enrico Persico, Giuseppe Montalenti, Antonio Ruberti. Sono tutti grandi ricercatori che l'autore cita ripetutamente e il cui esempio ha chiaramente ispirato il pamphlet. Non a caso il suo sottotitolo dice: "Che cosa è o dovrebbe essere l'Università".