Scienza e società oggi

Introduzione

L'influenza della conoscenza scientifica nelle società contemporanee è ormai un luogo comune. La scienza è onnipresente. Elemento cruciale per la supremazia militare ed economica, fonte di alcuni tra i grandi dilemmi della nostra epoca, motore per lo sviluppo e la competizione capitalistica, straordinaria forza culturale, la scienza ha cambiato per sempre il nostro modo di produrre, di comprare, di spostarci, di comunicare. Ha contribuito a riorganizzare il lavoro, ridistribuire la violenza e la ricchezza, ridefinire l'ingiustizia e la demografia, ridisegnare le città e i mercati, plasmare le campagne e i mezzi di trasporto.

Questo luogo comune ne porta con sé un altro: quello dell'ambivalenza dei rapporti tra scienza e società. Come è ben rappresentato nei media, nella letteratura, nell'arte, l'immagine pubblica della scienza è a volte quella di un'impresa razionale per eccellenza; altre volte quella di un'attività dai connotati quasi magici. La scienza è dipinta come un'avventura carica di tenerezza e di aspetti inquietanti, generosa di promesse ma gravida di pericoli, fonte di una conoscenza "universale", "obiettiva", di tutti e per tutti ma allo stesso tempo dotata di un linguaggio inaccessibile ai più. Fumetti, cinema, disegni animati dipingono uno scienziato che sembra appartenere a due mondi. Ora è un tipo svampito, disordinato; ora un lucido e razionale manager del conoscere. Alternativamente (o contemporaneamente), lo scienziato è raccontato come matto e appassionato o come un freddo calcolatore privo di sentimenti, geniale inventore, eroe del progresso, benefattore dell'umanità o diabolico manipolatore, accecato dal delirio di onnipotenza o al soldo di personaggi senza scrupoli. Capire quanto ci sia di vero in questi luoghi comuni non è un problema superfluo. Dalle immagini pubbliche della scienza, può dipendere l'accettazione o il rifiuto di una teoria; su di loro si basa non solo il confine che distingue la scienza dalla politica, dalla religione, da altre forme di conoscenza ma anche le scelte sulle ricerche future.

La questione non è nuova nella storia della scienza ma il connubio fra tecnoscienza e sviluppo economico-sociale, inauguratosi a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, in Occidente, non ha precedenti. Tanto che il rapporto tra scienza e società è diventato specifico oggetto di interesse di una classe di ricercatori che ha ritenuto necessario rompere con gli studi tradizionali di Storia, Filosofia e Sociologia della scienza.

Le conseguenze sociali dello sviluppo della scienza e della tecnologia sono così importanti e pongono interrogativi così radicalmente nuovi — sostengono questi studiosi — che non basta indagare le basi filosofiche della conoscenza scientifica, la storia delle singole discipline, le dinamiche della scienza come istituzione sociale. Occorre un nuovo corpus di conoscenze che fornisca un forum dove tutti coloro che sono coinvolti nell'assegnare un posto alla scienza e alla tecnologia nelle società democratiche possano discutere complicate questioni tecniche.

 

Gli "Studi sulla Scienza e sulla Tecnologia" (STS)

Cambiamenti climatici, cellule staminali e donazione, nanoscienze e nanotecnologie, armi biologiche, uso degli animali negli esperimenti, organismi geneticamente modificati, energia, ambiente, implicazioni della genetica e delle neuroscienze sulla salute umana, nelle aule di giustizia, negli interessi delle case farmaceutiche. La lista delle questioni che riguardano scienza, tecnologia e società potrebbe continuare a lungo. E se non è difficile capire quali siano gli interessi dei cittadini, dei politici, delle associazioni e delle industrie nei loro confronti, neanche l'accademia può sfuggire alle sfide lanciate dalle crescenti interconnessioni fra tecnoscienza e società. Da una parte i fisici, i biologi, i chimici, gli studiosi del cervello devono riconoscere che i loro programmi di ricerca si legano sempre di più ad aspettative pubbliche e private, distanti dagli obiettivi di ricerca. Dall'altra, gli interrogativi legati agli sviluppi della scienza e tecnologia catapultano sociologi, antropologi, storici, studiosi della cultura in un ambiente fortemente interdisciplinare.

È possibile orientarsi in questa babele di teorie, pratiche e comunità accademiche così diverse per produrrenrisposte utili sia allo sviluppo della scienza che alle questioni poste dalla società?

Il tentativo più visibile di dare una risposta a questa domanda è stata fornito da quel settore che va sotto il nome di Studi sulla Scienza e sulla Tecnologia (in inglese: Science and Technology Studies, STS).

Come scrive David Hess, autore di uno dei pochi libri di testo sull'argomento1, questo campo di studi può risultare molto confuso per chi vi si avvicina per la prima volta. A partire dal nome, che non è uniforme. Alcuni preferiscono, per esempio, rimanere legati al proprio settore di provenienza e si definiscono filosofi della scienza per distinguersi dai programmi di ricerca più vicini alle scienze sociali. Altri, come i sociologi che si occupano di conoscenza scientifica, privilegiano la terminologia studi sulla scienza per distinguersi dalla sociologia della scienza più tradizionale. Se non bastasse, anche l'acronimo STS è controverso perché per alcuni significa Science, Technology and Society e non Science and Technology Studies. Le cose si complicano ulteriormente quando si esce dal mondo anglossassone. La s iniziale di Studies viene sostituita dalla e di études in francese e di estudios in spagnolo e non per sottigliezze terminologiche, ma per smarcarsi dal predominio britannico e americano in questo settore.

Science and Technology Studies rimane comunque tra le diciture più accettate. Con essa, si intende lo studio di come valori culturali, politici e sociali influenzano la ricerca scientifica e l'innovazione tecnologica e co me, viceversa, queste incidono sulla società, sulla la politica, sulla cultura.

 

Il Public Understanding of Science e gli STS

 

Kuhn
Thomas Kuhn

Gli STS emergono dalla convergenza di una varietà di ambiti disciplinari e culturali in cui – tra gli anni '60 e gli anni '70 del Novecento - si sviluppa un interesse sia nei confronti degli aspetti sociali che contribui scono alla produzione della conoscenza scientifica, sia nei confronti dell'impatto sociale crescente della scienza e della tecnologia.

Le componenti più importanti degli STS si sviluppano in modo abbastanza indipendente fino agli anni '80.Tra queste vanno menzionati la sociologia della conoscenza scientifica, la storia della tecnologia, la storia e la filosofia della scienza connesse al lavoro di Thomas Kuhn, gli studi legati ai movimenti femministi, pacifisti e ambientalisti (a partire dalla metà de gli anni '60) e quelli legati alla politica della ricerca negli anni '70.

La letteratura prodotta è — come si può facilmente immaginare — molto vasta, spesso difficile da valutare e da padroneggiare per una singola persona.

* Gli STS cercano di rispondere alle domande più svariate:

* che cos'è la tecnologia?

* Come le tecnologie mediano la nostra percezione della realtà?

* In quali modi, la società può influenzare gli sviluppi della ricerca scientifica?

* Come la scienza e la tecnologia cambiano l'economia?

* Come le multinazionali, i governi, le amministrazioni locali influenzano l'innovazione tecnologica?

* Perché ci sono poche donne fra gli ingegneri?

* Come si costruiscono le immagini pubbliche della scienza?

* Qual è lo scopo della scienza?

* Come bisogna distribuire i rischi e i benefici della scienza e della tecnologia?

* Quale responsabilità hanno gli scienziati per la conoscenza che producono?

* Qual è il rapporto fra scienza e democrazia?

* Le leggi sulla regolazione della scienza sono sufficienti a proteggere gli intereressi pubblici?

* Che cosa distingue la scienza dalla pseudo-scienza?

 

É arduo sintetizzare i risultati di tali ricerche anche per sommi capi. Qui ci soffermeremo sulla storia di un'area di studi, tra gli STS, che riflette quali sono le difficoltà attuali, le possibilità future ma anche i limiti dei Science and Technology Studies2. Si tratta del Public Under­ standing of Science (PUS), utile anche per mostrare come le relazioni tra scienza e pubblici siano cambiate negli anni.

 

PUS: origini, motivi, aspettative

 

Thatcher
Margaret Thatcher

Verso la fine del 1985, il morale degli scienziati inglesi non doveva essere alto. Erano gli anni in cui Margaret Thatcher guidava il Regno Unito e la lady di ferro, a dispetto della sua formazione in Chimica, non aveva messo la scienza fra le priorità del suo governo. Pochi soldi per la ricerca, fuga dei cervelli verso gli Stati Uniti, scarse iscrizioni ai corsi di Scienze naturali, in particolare a Fisica e Matematica: non si poteva rimanere indifferenti.

Un gruppo di circa mille e cinquecento fra scienziati e ingegneri di Sua Maestà prende in mano la situazione e lancia un appello pubblico in difesa della ricerca. Save British Science è il titolo di un articolo apparso il 13 gennaio 1986 sul Times in una mezza pagina acquistata dagli scienziati con la raccolta di fondi legata alla campagna. Il clima di ristrettezze tatcheriane e le conseguenti preoccupazioni sul futuro della ricerca producono un cambiamento radicale nella riflessione sul rapporto fra scienza e pubblico. Eminenti ricercatori guidati dal genetista Sir Walter Bodmer, in compagnia di personaggi del calibro di John Ziman o del documentarista David Attenborough, nel 1985 si mettono dietro a un tavolo per stilare per conto della Royal Society una relazione dal titolo inequivocabile: The Public Understanding of Science3.

È il rapporto Bodmer, la pietra angolare con cui, volenti o nolenti, da quel momento in poi tutti coloro che si sono dedicati a studiare le interazioni fra scienza e società hanno dovuto fare i conti. Nasce un approccio che in seguito sarà ferocemente criticato, e parzialmente superato, ma che ha il merito di spostare esplicitamente l'attenzione degli analisti e dei politici sul pubblico, sulla comprensione della scienza e della tecnologia. Il concetto di Public Understanding of Science era comparso varie volte nel corso del Novecento in molte delle attività legate alla Guerra fredda. In diversi contesti nazionali, era emerso il crescente riconoscimento del ruolo della scienza nello sviluppo economico e nel benessere collettivo, così come la consapevolezza sempre maggiore da parte dei politici del bisogno di approvazione sociale per i cambiamenti legati allo sviluppo tecnoscientifico. Non si era però affermato, fino a quel momento, un paradigma dominante e chiaramente riconoscibile.

Per il funzionamento di una democrazia avanzata è necessario che i cittadini sappiano di scienza, sottoscrivono i firmatari del documento. I benefici per la nazione derivanti da una divulgazione scientifica ampia, sistematica e strutturata (almeno sulla carta) sono garantiti. Si va dai vantaggi scientifici a quelli economici, da quelli militari a quelli ideologici, per non trascurare le motivazioni intellettuali ed estetiche. È il trionfo di un programma pedagogico-illuminista che ricorda i progetti educativi in voga del diciannovesimo secolo. Non c'è più spazio per le iniziative sporadiche e volontaristiche. Lo sviluppo della scienza, legato a doppio filo con il suo rapporto con la società, non può più permettersi che siano i professori in pensione o i ricercatori meno promettenti a curare le relazioni con il resto della collettività: "gli scienziati devono considerare un loro dovere la comunicazione con il pubblico", concludono gli autori del rapporto.

Proprio riguardo al pubblico, nel documento Bodmer c'è piena condivisione dei presupposti su cui si reggono le riflessioni sull'alfabetizzazione scientifica maturate soprattutto in ambito statunitense: solo aumentando il suo livello nella popolazione si potranno risolvere le incomprensioni e i dubbi — il più delle volte ingiustificati e mossi da ti mori irrazionali — nei confronti della scienza. La comunicazione è relegata al ruolo di traduzione. La divulgazione scientifica è un caso peculiare tra le attività di diffusione del sapere: si basa sul presupposto che il pubblico a cui si rivolge sia ignorante ma che allo stesso tempo voglia sapere, abbia una sorta di quella che è stata definita libido sciendi.

Con questa ricetta, non è solo la Gran Bretagna a investire ingenti risorse sulle attività di divulgazione e comunicazione della scienza. L'industria" del PUS si diffonde a macchia d'olio in tutto il mondo.
Secondo Steve Fuller, l'origine britannica del PUS ha condizionato la diffusione pii questo concetto e la ricerca in questo campo almeno in due modi4. Il primo deriva dal fatto che in Gran Bretagna le strutture per il finanziamento alla ricerca su base nazionale sono nate relativamente tardi rispetto a Stati come la Germania, la Francia, il Giappone e (dopo la seconda guerra mondiale) gli Stati Uniti. In tutti questi Paesi, c'è tradizionalmente una vicinanza con la sfera politica, meno presente nel Regno Unito dove gli scienziati sono stati quindi da sempre più abituati a promuovere campagne pubbliche in favore della scienza. Gli spettacoli di Faraday e le conferenze di Huxley nell'Ottocento e i milioni di copie vendute da Stephen Hawking oggi non sono quindi un caso. Con la fine dell'impero sovietico, della Guerra fredda e l'ascesa del neoliberalismo verso la fine degli anni `80, gli scienziati del Regno Unito sono perciò tra i primi a interpretare un cambiamento planetario dei rapporti fra scienza e politica e a sfruttare il loro storico bagaglio di esperienze nel rapporto con il pubblico. In molti altri Paesi, di fronte al le radicali transizioni politico-scientifiche, non resta che seguire l'esempio anglossassone. Il secondo effetto è una conseguenza della proverbiale avversione in Gran Bretagna alle istituzioni pubbliche. Insofferenza che genererà il tentativo di secolarizzare la scienza da parte di molti studiosi del PUS, attribuendo, per esempio, a varie comunità la legittimità di contestare le iniziative scientifiche promosse dallo Stato ogni volta che entrino in conflitto con gli interessi locali.

Secondo queste due linee di sviluppo, a partire dal 1985, in poco più di vent'anni, sostanzialmente tutti i governi dei paesi industrializzati si dotano di agenzie, gruppi, comitati finalizzati alla promozione del Public Understanding of Science senza, peraltro, un accordo unanime sul suo significato. L'etichetta PUS conquista comunque il favore di amministratori pubblici su scala locale, nazionale e internazionale ed entra nei piani di politica scientifica e tecnologica dei governi.

Bodmer
Sir Walter Bodmer

Il rapporto Bodmer è stato anche il punto di partenza da cui si sono sviluppate, con chiarezza, nell'ambito degli studi sul rapporto tra scienza e pubblico, due linee di ricerca estremamente differenti tra di loro. La prima è quella che fa riferimento alle inchieste campionarie, focalizzatasi nello studiare cosa le persone sanno di scienza.

La seconda, di natura più qualitativa, si è focalizzata sui modi in cui i non-scienziati interpretano l'informazione scientifica nei contesti socio-culturali d'appartenenza, su quali aspettative hanno nei confronti della scienza e della tecnologia.

Nelle fasi precedenti alla nascita del PUS britannico le critiche ai presupposti, ai limiti e alle conseguenze del modello lineare di comunica zione della scienza, abbracciato dagli estensori del rapporto Bodmer, si erano dimostrate rare e indirette. Fino agli anni '70, gli studi a disposizione al di fuori del filone dei questionari si erano basati su considerazioni pedagogiche, su quanto, se e come (per esempio) è possibile tradurre al meglio la scienza per un pubblico ampio senza venir meno all'accuratezza. Nel 1985, era stata pubblicata un'importante raccolta di saggi dedicati alle forme e alle funzioni della divulgazione scientifica5 che mostrava come la diffusione lineare delle informazioni scientifica fosse tutt'altro che un semplice e neutro processo di traduzione. Se pur molto importanti, queste ricerche non mettevano in discussione il ruolo della scienza nel dettare le regole del gioco, ritenendo meritevoli di attenzione solo le questioni ritenute problematiche dagli scienziati stessi. Il pubblico rimaneva sullo sfondo, inattivo e debole nella contrattazione. A dire il vero, verso la fine degli anni '70 e gli inizi degli anni `80 i movimenti ambientali e femministi, gli studi di laboratorio, la crescita della ricerca sulla percezione del rischio legata alle catastrofi ecologiche e militari, avevano già fortemente contestato i modelli lineari di comunicazione della scienza. Nonostante ciò, l'impostazione originaria del PUS non risentì di queste critiche. Una distanza geografica, culturale, forse ideologica, separava le differenti comunità accademiche. Si affermava un paradigma politico dominante – in mancanza di uno culturale – secondo cui il problema nei rapporti tra scienza e società era la comprensione della scienza da parte del pubblico6.

 

Più comunicazione, più comprensione?

C'erano già gli esseri umani quando i dinosauri erano i dominatori del pianeta? Secondo un'indagine del 2002, più della metà dei cittadini statunitensi ritiene di sì. Più della metà del Paese più industrializzato e potente del mondo crede, senza troppe ansie, che circa cento milioni di anni fa accanto a tirannosauri, pterodattili e velociraptor di varia natura, anche l'Homo sapiens facesse la sua parte. I fautori del PUS, paladini dell'idea monodirezionale della comunicazione scientifica, si devono essere preoccupati non poco. Primo, perché i dinosauri non sono un'eccezione, una svista in fondo perdonabile: se si va a sondare la comprensione del significato di molecola, di laser, di DNA, o si cerca di capire se l'opinione pubblica sa cosa significa conoscere qualcosa scientificamente, la situazione non sembra affatto migliorare. Secondo, perché i risultati di queste indagini arrivano dopo anni di sforzi rivolti a rimediare all'analfabetismo scientifico diffuso nella popolazione e ritenuto la causa principale di tutti i mali.

Nel 2000, un importante documento dell'House of Lord britannica, in titolato Science and Society, aveva fatto una dura requisitoria al Public Understanding of Science e in particolare al cosiddetto deficit model, ponendolo di fatto davanti a un bivio: o si produceva un cambiamento, per rendere effettivo un maggiore dialogo con i cittadini, o la politica non avrebbe più seguito la scienza sulla strada intrapresa quindici anni prima.

Per quasi vent'anni sotto l'egida istituzionale – ma per molti più anni se consideriamo le attività precedenti al rapporto Bodmer – scienziati, giornalisti, curatori museali e tanti altri si sono dedicati infatti in differenti contesti nazionali a migliorare la comprensione della scienza da parte del pubblico, qualunque cosa voglia significare. Le attività di comunicazione pubblica della scienza sono state e rimangono numerose ed estremamente varie. Eppure, i dati delle indagini svolte soprattutto negli Stati Uniti (ma poi in Europa e nel resto del mondo) mostrano che il numero di persone che si possono considerare alfabetizzate rimane sostanzialmente basso e invariato nel tempo. Nonostante l'impegno e le risorse impiegate nella comunicazione, l'approccio al problema del rapporto fra scienza e società secondo la prospettiva di riempire il gap conoscitivo del pubblico sembra quindi essere fallito7. In più, stando sempre alle indagini quantitative svolte finora, il legame tra conoscenza e atteggiamento nei confronti della scienza è tutt'altro che chiaro e lineare. Contrariamente a quanto ci si potrebbe ingenuamente aspettare, più conoscenza della scienza non si traduce automaticamente in un maggior sostegno alla ricerca. L'approccio dall'alto verso il basso da solo non è in grado di fronteggiare il rapporto fra scienza e pubblico, molto più sfumato e complesso di quanto scienziati e politici avessero mai immaginato.

 

Misurare il pubblico della scienza

Comprendere la scienza, pur essendo un indispensabile strumento retorico utilizzato da scienziati, giornalisti e politici per giustificare gli sforzi nella divulgazione scientifica, resta un concetto dal significato nebuloso: vuol dire, per esempio, saper rispondere correttamente a domande riguardanti fatti e concetti della scienza? Significa conoscerne i suoi meccanismi istituzionali, i suoi metodi, le sue implicazioni sociali? O, ancora, significa possedere la capacità di usare le conoscenze scientifiche nella risoluzione di problemi nella vita di tutti i giorni?

Il quadro sembra all'apparenza drammatico se si va nel dettaglio di alcune delle risposte fornite dai cittadini nelle varie versioni dei questionari a loro sottoposti. Nel 1991, solo il 6 per cento degli americani sapeva dare una risposta corretta su una domanda riguardante le cause della pioggia acida. Nel 2000, solo la metà della popolazione statunitense riteneva che la Terra girasse attorno al Sole una volta l'anno. I cittadini britannici nel 1988 – sulla stessa questione erano ancora di meno, circa un terzo. Per non parlare poi delle poche risposte giuste che si ottengono quando si va a indagare se gli intervistati sanno cosa significa studiare e conoscere la realtà mediante il metodo scientifico. Ogni volta che si leggono i risultati di tali questionari sembra che non ci siano dubbi. I dati parlano chiaro: il pubblico è ignorante su argomenti che riguardano scienza e tecnologia. A margine, vale la pena sottolineare che i colpevoli del disastro vengono quasi sempre in dividuati nei media o nel sistema scolastico. Ma è davvero così indubitabile e certificabile l'ignoranza pubblica? Siamo così certi che la scienza costituisca un insieme omogeneo di conoscenze superiore a tutte le altre, un pacchetto di norme e di concetti da prendere a scatola chiusa?

Quando, a partire dagli anni '90, gli studiosi sociali della scienza iniziano a criticare i presupposti del rapporto Bodmer quando tradizioni, interessi, presupposti di ricerca differenti cominciano a conoscersi – i fautori del PUS devono fare i conti con le risposte non scontate a queste domande. E non mancheranno conflitti e accuse reciproche fra fisici, biologi, chimici, storici, filosofi e soprattutto sociologi. Sul versante degli studi sul pubblico, uno dei contributi più significativi è di Brian Wynne, uno dei maggiori esponenti tra gli studiosi che contestano l'approccio dei questionari innanzitutto sul piano metodologico8. Una riflessione più attenta mostra che le domande nelle inchieste campionarie comportano infatti dei problemi.

Come si fa per esempio a pretendere una risposta giusta su quali sono le cause della pioggia acida o del riscaldamento globale, se neanche all'interno della comunità scientifica c'è accordo su questi punti? Se vogliamo essere pedanti, è corretto chiedersi se è la Terra che gira intorno al Sole o il viceversa se non si specifica qual è il sistema di riferimento? Qual è la risposta esatta alla domanda se l'elettrone è "più piccolo" dell'atomo, se per la teoria dei campi quantistici la "dimensione" dipende dall'energia in gioco al momento dell'esperimento? Anche se ci domandiamo "l'ossigeno che respiriamo è prodotto dalle piante?", l'opzione corretta è meno ovvia di quanto si possa pensare. Per molti brasiliani, per esempio, la risposta è "no" perché sanno, grazie alla propaganda del governo (volta a smentire l'icona dell'Amazzonia come "polmone del mondo") che almeno metà dell'ossigeno che respiriamo proviene dal plancton. Questa risposta, però, verrebbe classificata come sbagliata da un codificatore europeo. O, ancora, è corretto chiedere di spiegare "cosa significa conoscere secondo il metodo scientifico" se si considera giusta soltanto la risposta che aderisce a una descrizione della scienza basata su teoria, deduzione e falsificazione dei dati mediante prove sperimentali – che probabilmente persino molto filosofi e sociologi della scienza non accetterebbero di fornire? Infine, che legame c'è fra la conoscenza di fatti meno ambigui – come sapere che la luce viaggia più veloce del suono – e le opinioni che si possono nutrire per esempio in merito alle biotecnologie? In quale situazione, rilevante sul piano personale, un cittadino ha bisogno di sapere cosa sono gli elettroni? È "più alfabetizzato" chi sa che il latte bollito non perde la sua eventuale radioattività, chi sa che gli antibiotici non uccidono i virus o chi sa (o accetta, nonostante la propria fede religiosa) che i dinosauri si estinsero milioni di anni prima della comparsa dell'uomo?

I questionari avrebbero quindi almeno due grandi difetti: da un lato, quello di essere costruiti secondo le aspettative dei loro ideatori e quin di di essere più adatti a misurare la diffusione di una certa visione della scienza, piuttosto che fornire una misura oggettiva delle competenze delle persone o della loro comprensione della scienza; dall'altro lato, quello di porre domande al di fuori di un contesto reale, in cui gli interrogativi non acquistano un significato rilevante per la persona che risponde.

Ma la critica non si limita a smantellare l'approccio basato sui questionari, mettendo fra l'altro in luce le relazioni di potere in esso radicate. Le ricerche di Wynne e colleghi mostrano quanto il pubblico sia in grado di capire e di agire attivamente quando le implicazioni sociali della tecnoscienza toccano da vicino i suoi interessi. La nozione di pubblico della scienza è radicalmente modificata: al posto di un pubblico passivo, indifferenziato, deficitario, appare un pubblico attento, variegato, mutevole che si definisce come tale attorno a un problema preciso o a un sistema di valori condiviso. Non esiste un contenitore omogeneo che possiamo definire pubblico. Esistono pubblici diversi, eterogenei, che (a seconda delle occasioni, della cultura, delle identità nazionali, etniche e di molti altri fattori) entrano in contatto con le varie forme che la scienza assume nella sfera sociale. Non è quindi appropriato parlare di pubblico della scienza come se esistesse a priori, indipendentemente dai luoghi – metaforici o reali – in cui scienza e società si incontrano. Sono i punti di raccordo fra ricercatori e cittadini che definiscono la natura dei pubblici della scienza.

Le prove a favore della diversità dei pubblici della scienza si basano sostanzialmente su casi di studio. Da una parte, queste ricerche hanno mostrato come il coinvolgimento personale acceleri il processo di apprendimento: le persone che potrebbero avere, o percepiscono, conseguenze negative dallo sviluppo tecnoscientifico, acquisiscono velocemente il linguaggio della comunità scientifica di riferimento, i suoi termini, i concetti, le procedure di lavoro. Dall'altra, questi studi hanno evidenziato la capacità dei non-esperti di indirizzare richieste e dubbi appropriati ai ricercatori basandosi su forme di conoscenza alternative a quella scientifica.

Il filone del PUS che predilige gli studi qualitativi afferma, in altri termini, il valore del sapere laico, della conoscenza popolare, spesso avvertita come minaccia dagli scienziati perché poco rigorosa, visionaria, volubile e soprattutto perché, nella sua formulazione, non richiede la mediazione di un esperto. Gli studi orientati a individuare i deficit cognitivi del pubblico continuano comunque a prevalere. Sul piano politico, difficilmente si rinuncia a usare i dati numerici dei questionari sull'alfabetizzazione scientifica considerati più oggettivi, più facili da comprendere e usare nelle argomentazioni pubbliche. Di fatto, la ricerca qualitativa nell'ambito del PUS è ignorata o fortemente criticata poiché non generalizzabile, basata su casi specifici, casi limite e quindi scarsamente utilizzabile, a detta dei suoi detrattori.

Al netto delle polemiche accademiche, il punto veramente caldo riguarda l'expertise, la nomina di chi è legittimato a parlare di scienza. La rivendicazione dell'autorità cognitiva, con il potere che ne consegue, passa attraverso la capacità di segnare il confine fra chi è scienziato e chi non lo è.

 

Science wars

Sokal
Alan Sokal

C'è un episodio legato agli STS che ha prodotto, volenti o nolenti, l'immagine prevalente nei non addetti ai lavori di questa area di studi e che ha posto con chiarezza il problema di chi è legittimato a parlare di scienza emerso con chiarezza nella storia del PUS. Si tratta del famoso caso Sokal, quando nel 1996 il fisico americano Alan Sokal pubblicava sulla rivista di studi letterari americani Social Text un articolo dal titolo misterioso:

Transgressing the boundaries. Toward a Transformative Hermeneutics of Quantum Theory9. L'articolo offriva interpretazioni stravaganti di certi risultati di Logica, Matematica e Fisica, invocando l'autorità di celebri sociologi e filosofi. Due mesi dopo, nella rivista Lingua Franca, Sokal rivelava che l'articolo apparso in Social Text era una beffa escogitata allo scopo di dimostrare l'irresponsabilità intellettuale e lo scarso controllo di qualità diffuso nelle riviste umanistiche. L'obiettivo più ampio era di svelare la tentazione scientista degli umanisti e muovere una critica all'interpretazione relativista delle teorie scientifiche.

Non ci vogliamo addentrare nella lunga discussione che è seguita al caso Sokal, né vogliamo stabilire l'utilità o le ragioni di una parte o dell'altra coinvolte. Quello che ci interessa far emergere dal caso Sokal, al di là delle banalizzazioni e strumentalizzazioni fatte, è che gli STS non sono ben accetti dagli scienziati poiché pongono la questione politica di chi ha il diritto di parlare di scienza: gli studiosi di scienza e tecnologia o gli scienziati? Inoltre, la beffa Sokal è risultata utile all'interno della comunità degli STS poiché ha innescato una riflessione sui loro limiti e prospettive.

 

Scienza e società: un connubio possibile?

Nonostante gli attacchi, gli STS sul piano accademico non godono di cattiva salute. In importanti Università degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e di altri Paesi europei, sono stati costruiti diversi percorsi di laurea, di dottorato e di master sugli STS. La Cornell University, per esempio, è stata tra le prime a proporre negli anni '70 un programma interdisciplinare che unisse gli interessi degli studiosi della scienza con quelli degli analisti politici e degli storici della tecnologia. Esistono, oggi, programmi di STS alla London School of Economics, all'Università di Oxford, al Centre national de la recherche scientifìque (CNRS) francese ma anche in Australia, India, Norvegia, Taiwan.

Nel 1975 è nata la Society for Social Studies ofScience (4S)10, a cui è seguita la fondazione della rivista Science, Technology and Human values e l'organizzazione di incontri annuali. All'inizio, partecipavano solo accademici ma nel 2006, a trent'anni dalla sua nascita, la 4S vede la presenza di rappresentanti del mondo dell'industria, dei governi e di cittadini preoccupati dell'impatto della scienza e della tecnologia sulle proprie vite. Gli STS hanno guadagnato una certa visibilità e l'ex pertise dei suoi studiosi viene sempre più spesso a disposizione dei decisori politici. Va quindi tutto bene?

Questa è la domanda implicita su cui è stato costruito un volume pub blicato nel 2003 nella serie Sociology of the Sciences Yearbook dal titolo Social Studies of Science and Technology: Looking Back, Ahead11. I maggiori esperti del settore si sono confrontati per cercare di tracciare un bilancio degli STS con alcuni autori che possono essere considerati tra i fondatori della disciplina. Il resoconto è agrodolce.

Felt
Ulrike Felt

I meriti non mancano (e in parte li abbiamo già menzionati). Ma, nel momento di fare una storia degli STS, emergono i maggiori punti deboli. Autorevoli studiose, come Ulrike Felt e Helga Novotny, sostengono che è impossibile farlo perché ci si trova di fronta a una non-storia12.

Più precisamente, gli STS nel loro complesso hanno fallito nello stabilire criteri per il proprio progresso, il loro sviluppo è avvenuto senza pianificazione e senza un centro reale. Gli STS sono stati incapaci di costruire una tradizione e vengono paragonati a un moderno Sisifo che non si fa domande su se stesso e sul suo futuro, continua a rispondere in modo ripetitivo a circostanze da lui non stabilite13. Fuor di metafora, gli STS non sarebbero ancora stati in grado di stabilire la propria agenda di problemi non-risolti e il caso del PUS è emblematico sotto questi aspetti.

Per uscire dalla fase critica, la strada è quella della professionalizzazione e del consolidamento degli STS. Sia in un senso più strettamente accademico, sia con uno sguardo più ampio rivolto alla politica, all'economia, alla società. Nell'esperimento mentale che chiude uno degli interventi più significativi dello Yearbook del 2003, Micheal Guggenehim e Helga Novotny14 indicano le linee strategiche da seguire per uscire dall'impasse. Si immaginano gli STS in grado di comunicare meglio ciò che sono, di abbandonare linguaggi autoreferenziali per entrare nei percorsi formativi degli scienziati allo scopo di favorire una loro maggiore sensibilità sociale, nei curricula dei docenti di scienza per la nascita di una generazione di ricercatori in grado confrontarsi con la crescente transdisciplinarietà, nella cultura dei decisori politici e infine, in un senso diverso da quello attuale, nell'accademia dove ogni gruppo di ricerca dovrebbe avere un esperto di STS nel proprio gruppo di ricerca per costruire un mondo, concludono gli autori, in cui scienza e società vivano sotto lo stesso tetto.

 

 

 

NOTE

 

1) David Hess, 1997, Science Studies: An Advanced Introduction, New York University Press, New York.

2) Ulrike Felt, 2003, "Sciences, science studies and their publics: speculating on future relations", in Bernward Joerges and Belga Novotny (eds.), Social Studies of Science and Techno logy: Looking Back, Ahead (Sociologp of the Sciences Yearbook, 23), Kluwer Academic Publishers, Dordrecht, The Netherlands.

3) Bodmer, Walter (ed), The public understanding of science, Royal Society, London 1985.

4) Fuller, Steve, "Public Understanding of Science", in Sal Restivo (ed.), Science, technologv, and society. An Encvclopedia, Oxford University Press, Oxford 2006.

5) Shinn, Terry, Whitley, Richard (eds.), Expository science. Forms and functions ofpopularization, Sociologv of the Sciences Yearbook, Reidel Publishing Company, Dordrecht 1985.

6) Wynne, Brian, "Public Understanding of Science," in Jasanoff, Sheila, Markle, Gerald, Peterson, James, Pinch, Trevor (eds.) Handbook of Science and Technology Studies, Sage publications, Thousand Oaks, CA and London 1995.

7) Lewenstein Bruce, Models of public communication of science and teclmology, 2003, articolo disponibile all'indirizzo web: http://communityrisks.cornell.edu/BackgroundMaterials/ Lewenstein2003.pdf#search=%221ewenstein%20models%22

8) Wynne, Brian, "Public Understanding of Science," cit.

9) http://physics.nyu.edu/faculty/sokal/transgress_v2

/transgress_v2_singlefile.html

10) http://www.4sonline.org/

11) Bernward Joerges and Helga Nowotny (eds.), 2003, cit.

12) Ulrike Felt, 2003, cit, p. 11

13) Micheal Guggenheim and Helga Novotny, "Joy in repetition makes the future disappear", in Bernward Joerges and Helga Novotny (eds.), cit., pp. 230-231

14) Micheal Guggenheim and Helga Novotny, cit., pp. 250-253