Di pura razza italiana

Copertina del libro - Matepristem

M. Avagliano, M. Palmieri

Di pura razza italiana

Baldini&Castoldi, Milano, 2013

pp. 446; euro 18,90

 

Con la conquista dell'Etiopia e la proclamazione dell'Impero, l'Italia fascista affiancò alla neonata coscienza imperiale anche una coscienza razziale. Fu così che si arrivò all'antisemitismo e alla pubblicazione delle leggi razziali del '38. In questo libro Mario Avagliano e Marco Palmieri – entrambi giornalisti e storici – dopo una rigorosa ricerca fra diari, lettere, carteggi vari, rapporti della polizia di regime e dello stesso Partito Nazionale Fascista, analizzano il dramma conseguente alle leggi razziali che furono fatte proprie dalla massa della popolazione, dopo un periodo di indifferenza.

Ciò che emerge dalla lettura è l'interiorizzazione di tali leggi da parte del popolo italiano a tal punto che agli ebrei italiani furono voltate le spalle e fu messo in atto un vero e proprio ostracismo in tutti i gangli della vita civile. Fu quindi una maggioranza consistente di italiani che misero in atto le parole del Manifesto della razza che diede vita al razzismo italiano. La bella gioventù dell'epoca (universitari, giornalisti e professionisti) rappresentò l'avanguardia del razzismo fascista. Molti di loro avrebbero costituito l'ossatura della classe dirigente della Repubblica, ma quasi tutti in quegli anni furono contagiati dall'antisemitismo. Oltre ai nomi già noti quali Giorgio Bocca, Indro Montanelli, Guido Piovene ed Eugenio Scalfari, la ricerca archivistica ha rivelato anche i nomi di Enzo Biagi, Antonio Ghirelli, Giulio Carlo Argan, Concetto Pettinato, Giovanni Spadolini, Mario Missiroli, Maria Luisa Astaldi, Aldo Capasso e Alfio Russo. Inoltre le ricerche degli autori hanno evidenziato l'appoggio di una parte del mondo cattolico verso tali misure antisemite, primo fra tutti padre Agostino Gemelli (fondatore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano). Ma al fianco degli intellettuali si trovarono anche funzionari statali, magistrati, imprenditori e avvocati, per questo motivo l'antisemitismo italiano si inquadra come ideologia di un'intera classe dirigente.

Molto attivi a contrastare le leggi razziali furono invece i membri di "Giustizia e Libertà" e due intellettuali quali Benedetto Croce e Ernesta Bitanti (vedova di Cesare Battisti) a cui gli autori rendono il giusto riconoscimento per il loro attivo impegno.

Il volume da un lato analizza storiograficamente lo sviluppo delle leggi antisemite e dall'altro sottolinea il consenso che esse suscitarono nella classe dirigente e nella società civile italiana.