Ancora una conferma: Einstein aveva ragione

Pubblicato il: 
06/07/2018

Secondo uno studio condotto da un gruppo internazionale guidato dall'Università di Amsterdam e pubblicato su Nature, si racconta di un'ulteriore conferma sperimentale alla teoria della relatività generale di Einstein del 1916.

La ricerca, in particolare, conferma il cosiddetto principio di equivalenza forte che vale anche nello Spazio per gli oggetti celesti. Secondo quanto già formulato da Galileo nella forma della universalità della caduta libera dei gravi, un mattone e una foglia cadono con la stessa accelerazione di gravità è costante (che vale 9,8 m/s2). Cioè il moto in un campo gravitazionale è lo stesso per tutti i corpi poiché la forza agente è una manifestazione della massa gravitazionale mentre l'accelerazione prodotta è determinata dalla massa inerziale. Generalizzando questo concetto Einstein affermò il principio di equivalenza generale come legge universale che vale anche nello spazio.

Immaginiamo di essere nello spazio fermi all'interno di una navicella spaziale e fluttuare liberamente nell'aria. Se il comandante, però, accende i motori e imprime un'accelerazione pari a 9,8 m/s2 d'un tratto poggeremmo sul fondo della navicella e proveremmo la stessa sensazione che proveremmo sulla Terra. Se nella navicella, ci fosse un uomo bendato che non ha idea dove si trova e gli chiedessimo a questo punto di dirci se si trova nello spazio o sulla Terra lui risponderebbe: "Non lo so!". Si capisce dunque che non c'è modo di distinguere gli effetti della gravità da quelli prodotti da un sistema di riferimento accelerato; in sintesi la massa gravitazionale coincide con la massa inerziale.

Queste ricerche dimostrano che le assunzioni teoriche proposte dal fisico tedesco erano vere nonostante non vi fosse alcuna prova sperimentale. Conferma che si aggiunge alla rilevazione delle onde gravitazionali fatta nel 2016.

Per approfondire, vi segnaliamo l'articolo "La relatività di Einstein riceve una nuova conferma" a firma di Viola Rita apparso su Wired.

Albert Einstein